Confessioni natalizie di un peccatore credente ad una sola metà

Che non sia un Natale vuoto e cieco, ipocrita e ingiusto, carico solo di apparenza

Una delle tentazioni moderne è quella di una fede, e di una Chiesa, cucita a misura. Una fede a metà, che crede solo a precisi se e ma. Pronta all’occorrenza, al particolare interesse. Ma, improvvisamente, da gettare nella spazzatura della società quando diventa pietra d’inciampo, scomoda per le proprie mangiatoie in questo mondo. Un crocifisso, una capanna di Betlemme che sono diventati simboli di sé stessi, stendardi da sventolare sulle proprie fortezze materiali. E così, negli anni della guerra permanente, del terrorismo non soltanto sconfitto ma sempre in agguato, di un’ingiustizia planetaria economica, sociale e culturale sempre maggiori, di un’avidità umana che sta distruggendo il Pianeta e annientando il futuro, si riesce anche a costruirsi una Chiesa, un Vangelo, un Cristianesimo che si può sventolare sulle proprie miserie, sulle proprie iniquità, sui propri odii, sulle proprie guerre.

Joseph Ratzinger parlò tanti anni fa di questa tentazione, di questo credere a metà. Lo confesso, in questi anni di smarrimento e di mancanza di visione sul futuro, in cui sempre più e con violenza si espelle larga parte dell’umanità e della società, nel mondo, in Occidente, anche nella nostra Italia, vietandogli di parlare, sperare, esistere, sento la mia fede a metà. È  vero, la mia appartenza a Sacra Romana Chiesa è piena di se e ma.

dinofrisulloAmo Dio quando si schiera con gli ultimi, conforta gli afflitti, condivide i dolori e le sofferenze dei poveri della Terra, denuncia lo scandalo degli armamenti e della speculazione finanziaria sulle spalle dei Paesi poveri.

Una Chiesa che abbraccia i potenti, i guerrafondai e calpesta i diritti dei disabili non è la mia.

Appartengo alla Chiesa che si fa umile compagna, condivide il pane, con le donne e gli uomini. Una chiesa umile, aperta, capace di dialogo e vicinanza.

Una Chiesa che condanna i sofferenti non crede nel mio Dio.

Appartengo alla Chiesa se, come scrisse don Tonino Bello, ha ‘la nausea di una vita egoista e assurda’ e che vive ‘un’esistenza carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio’. Una Chiesa a cui ‘il Bambino che dorme sulla paglia’ toglie il sonno e fa sentire il guanciale del letto ‘duro come un macigno’ finché non avrà ‘dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio’.

Una Chiesa che sfratta i poveri dalle abitazioni, e mette a tacere chi denuncia lo scandalo di leggi che tutelano i ricchi e bastonano i poveri, non mi interessa.

Il mio Dio, senza sfumature o timori, spinge alla denuncia delle diseguaglianze sociali, dell’ingiustizia economica, della povertà e dello scandalo dei poveri. Una Chiesa che si faccia, come nella parabola evangelica, prossima dei diseredati, dei migranti senza documenti. E che non ha paura a gridare davanti ai potenti, alle istituzioni e ai ricchi.

Appartengo ad una Chiesa che denuncia lo scandalo delle violenze sulle donne, delle sevizie, degli stupri che giornalmente subiscono, spesso in famiglia. Una Chiesa che impone alle donne di essere sottoposti ai mariti e di subire in silenzio non predica il Dio che amo.

Amo Dio se è il Dio della speranza, della profezia vissuta e vivente. Il Dio che guida l’uomo alle massime vette dell’amore e della libertà. Il Dio che fa rotolare i macigni ‘della solitudine, della miseria, della malattia, della disperazione, del peccato’ per dirla ancora con don Tonino.
Un Dio che fa ‘riscoprire la gioia di donare’ e mette ‘nell’anima una grande speranza’. Un Dio che, nell’immensa ‘sala travaglio’ del mondo echeggia nel vagito dei bimbi e dona un ‘sorriso di indicibile tenerezza’ alle speranze e alle attese di un uomo nuovo.

Il Dio dei ‘sepolcri imbiancati’, che vendono la salvezza per un obolo d’oro e a parole lo santificano, per poi chiudere gli altri fuori dalla porta, perché non hanno un bel vestito e non usano il profumo dei lussuosi e dei gaudenti, perché emanano il profumo dei cantieri, del sudore di una giornata di fatica e dolore anche se è il 25 o il 31 dicembre,  non hanno conti in banca a 6 zeri ma solo le bollette di una famiglia che al 15 deve fare i conti con uno stipendio o una pensione quasi terminata, non mi avrà mai. Questo è il Dio degli ipocriti, dei falsi profeti, dei benpensanti. Se questo è il loro Dio non è il mio. Quando resta fuori dalla porta allora lo amo.

In questi giorni la tradizione cattolico-romana festeggia il Natale. Alcuni lo festeggeranno nel caldo delle loro abitazioni e delle loro Chiese. Spenderanno milioni di euro in addobbi (vedete le strade e le vetrine dei negozi piene delle luci più colorate e diverse) e in pranzi epulonici.
E ci saranno molti che non troveranno posto su nessuna tavola, che non vedranno (se non di sfuggita, prima di essere cacciati dal commesso del negozio ) il trionfo del consumismo luminoso, che non rideranno e scherzeranno in splendide luci. Vivranno il freddo, il gelo, la fame nella ‘magica notte’.

Come Lazzaro.

Come quel bambino che non trovò posto in albergo. Quel bambino che, tra la Santa Claus Corporation, gli alberi addobbati, le strade illuminate a giorno, l’ipocrisia dei benpensanti e dei gaudenti, non trova spazio nelle nostre case, nelle nostre vie. Girate per le città, entrate nelle case. Quanti vecchi barbuti vedrete, quanti abeti (veri o sintetici che siano), quanti addobbi i più strani vedrete sulle pareti e sulle finestre? Tanti, tantissimi.
Per un bambino povero, vestito di cenci, per la sua immagina tenera solo i ritagli (in fondo al presepe, in un angolino nascosto). E i posti a tavola sono tutti prenotati. Nessuna sedia vuota in attesa di colui che può arrivare anche dopo l’ultimo momento, di qualcuno che bussa alla porta e porge una mano. Vuota.

Siamo in guerra, ve ne siete accorti?” chiedeva Dino Frisullo 16 anni fa. Una domanda quanto mai attuale, davanti a vecchie e nuove guerre che esplodono e minacciano i poveri, gli ultimi, gli indifesi delle società. Perché in guerra si arricchiscono mercanti di morte, si rafforzano imperatori e potenti. E si muore nelle classi più deboli e povere. Siamo in guerra, a tutti i livelli. Una guerra dichiarata agli emarginati delle società, agli impoveriti, a chi vive (per dirla con Alex Zanotelli) nei “sotterranei della Storia” ai malati, a lavoratori schiavizzati e sfruttati. Sono i faraoni moderni, che dichiarano guerra, sterminano popoli, devastano territori portando avanti veri e propri genocidi ecologici e sanitari (a due passi da noi nelle tante “terre dei fuochi” e in varie zone dell’Africa, come la Nigeria dove corruzione e tangenti italiane sono ampiamente attive). Il Dio di questi Faraoni non è il mio Dio. Come nell’esodo di Mosé e del popolo d’Israele il mio Dio è quello delle vittime di Faraone, degli schiavi oppressi dalla sua brutalità e dal suo disumano potere.

Sarà un Natale carico di dolore nelle oltre mille famiglie hanno visto un loro familiare morire sul posto di lavoro. O rimanere gravemente invalido. Sarà un Natale triste e mesto nelle migliaia di famiglie che la speculazione finanziaria ed industriale, e le ingiustizie criminali e disumane, hanno lasciato senza un lavoro, strappando ogni speranza anche per l’anno che verrà. Il Dio di chi ha lucrato sulle loro sofferenze, e poi andrà in prima fila la notte di Natale nei banchi, non è il mio Dio. Il Dio nel quale credo piange e soffre con loro.

Natale tradizionalmente è accompagnato dalla neve, dal freddo e dal gelo, mentre noi estasiati guardiamo fuori dalle finestre delle nostre case. Per moltissimi, che forse il Natale neanche ricordano cosa sia, neve, freddo e gelo possono significare la morte. Nella frenesia dello shopping, nel luccicare degli addobbi stradali non ci si accorge, si tralasciano e in alcuni casi anche calpestano, fratelli e sorelle che vivono ai margini, al limitar delle strade. Persone che le ingiustizie della vita, questo Sistema che arricchisce sempre più i ricchi e lascia gli impoveriti, gli ultimi e gli emarginati fuori via dalla società, costringendo agli stenti, alla fame e alla miseria.
Non è il mio Natale quello che viene “celebrato” dimenticandoli. Il Natale del Dio nel quale credo viene celebrato con loro.

Così come esistono gli anziani, spesso lasciati soli e abbandonati in ospedali e ‘ospizi’ vari perché disturbano la festa. E’ Natale questo?

E il lusso delle nostre tavole, l’immensa mole di cibo che finirà nella spazzatura, ci venga a nausea. Una nausea che ci sconvolga lo stomaco, al solo pensiero che per milioni di persone, nei sotterranei della storia, la spazzatura è l’unica fonte di sostentamento. Si alzano la mattina e non sanno se la fame e la miseria permetterà loro di giungere a sera.

Maria e Giuseppe rifiutati da tutti gli alberghi, e poche settimane dopo la nascita di Gesù costretti a fuggire clandestinamente in Egitto, ci facciano sentire il cuore duro come macigno nel momento in cui le nostre coscienze non vengono smosse dal fratello rifiutato, da coloro che chiedono dignità e vita e bussando non trovano porte aperte ma muri invalicabili, violenze, soprusi, ingiustizie, crudeltà.

Il coraggio di Giuseppe, che accetta in casa Maria senza spaventarsi di cosa sarebbe potuto accadere, ci faccia sentire fino in fondo il peso dell’ipocrisia, del perbenismo, della condanna moralistica e arrogante con la quale vengono segnate persone e vite.

Il sorriso del bambino nella culla ci stringa il cuore, perché molti bambini non sorrideranno la notte di Natale. Ci salga una vergogna immensa mentre doniamo giocattoli ai bambini delle nostre famiglie e dei nostri amici, se non ci siamo domandati (e nulla abbiamo fatto di conseguenza) la provenienza di quegli oggetti. Che, per far divertire alcuni bambini, possono essere lacrime e sangue dello sfruttamento di migliaia di loro coetanei.

Le tenere braccia del Bambino non ci facciano mai, mai e poi mai dimenticare che molte mani strigono un fucile o si tendono verso la loro Madre in cerca di un cibo che non avranno mai. Braccia che saranno crocifisse, nella morte di quel bambino. Mentre nelle nostre calde ed accoglienti case si festeggerà il Natale, in migliaia di fredde celle qualcuno conterà le ore, i giorni, le settimane con angoscia, in attesa dell’ultimo giorno.

Il presepe in plastica e legno non sostituisca la realtà della vita.
La culla del Bambinello non sostituisca le culle vere.

Maria che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
Giuseppe che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.
Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame. I poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.
I pastori che vegliano nella notte “facendo la guardia al gregge” e scrutano l’aurora vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi
”.
(Auguri scomodi, don Tonino Bello)

[…]Sei contenta se un ladro muore se si arresta una puttana se la parrocchia del Sacro Cuore acquista una nuova campana. Sei soddisfatta dei danni altrui ti tieni stretti i denari tuoi assillata dal gran tormento che un giorno se li riprenda il vento. E la domenica vestita a festa con i capi famiglia in testa ti raduni nelle tue Chiese in ogni città, in ogni paese. […]Sai mentire con cortesia con cinismo e vigliaccheria hai fatto dell’ipocrisia la tua formula di poesia. […]Sempre pronta a spettegolare in nome del civile rispetto sempre lì fissa a scrutare un orizzonte che si ferma al tetto. Sempre pronta a pestar le mani a chi arranca dentro a una fossa sempre pronta a leccar le ossa al più ricco ed ai suoi cani.[…]” (Borghesia, Claudio Lolli)

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Informazioni su Alessio Di Florio

Militante comunista libertario e attivista eco-pacifista, referente abruzzese dell’Associazione Antimafie Rita Atria e di PeaceLink, Telematica per la Pace. Collabora tra gli altri con Giustizia!, Telejato.it, Casablanca, I Siciliani Giovani e altri siti web. Autore di articoli, dossier e approfondimenti sulle mafie in Abruzzo, a partire da mercato degli stupefacenti, ciclo dei rifiuti e rotta adriatica del clan dei Casalesi, ciclo del cemento, post terremoto a L'Aquila, e sui loro violenti tentativi di dominio territoriale da anni con attentati, intimidazioni, incendi, bombe con cui le mafie mandano messaggi e tentano di marcare la propria presenza in alcune zone, neofascismo, diritti civili, denunce ambientali tra cui tutela coste, speculazione edilizia, rischio industriale e direttive Seveso.

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