E sul precario della vita è sceso l’oblìo dell’ipocrisia. Ma le sue parole gridano ancora

12301687_10205374996117990_6703381059107735833_n 19 giorni, 456 ore circa, 27360 minuti circa, 1641600 secondi. Escluse le ore di questa giornata, tanto è passato dalla pubblicazione della lettera di Michele, il precario della vita che ha deciso di interrompere la sua precarietà nella maniera più netta. Giorni di condivisione, virtuali lacrime e sgomenti. E poi nulla più. E la si smetta di dare la colpa ai social, a partire da facebook. I social amplificano, dilatano i tempi, permettono di ricordare e fissare di più. L’ipocrisia, la giostra delle finzioni, non sono social, sono frutti di chi abita e sopravvive la società. Se facebook, riprendendo l’abusata citazione di Eco, ha dato possibilità di parola a legioni di “imbecilli” è perché esistono. Facebook o non facebook, social o asocial. La lettera di Michele, il suo radicale gesto sono caduti nell’oblìo, sono ormai consegnati a cronache passate. Ma la realtà che descrive, lo strazio, la sofferenza, la nausea, il ripudio, sono ancora lì. Si può pensare di nasconderlo, di coprirlo con l’ipocrita emozione del momento, credendo di lavarsi la coscienza in un attimo. Ma non è così. Il precario della vita denuncia sempre, grida ancora sotto il cielo il suo essere straniero di una società nauseante ed egoista, di una quotidiana lotta disumana contro l’altro per arrampicarsi, per affermarsi, per schiacciare quanti non si omologano, rifiutano le etichette, i parvenu e le convenienze, le false apparenze di una sopravvivenza piatta, grigia e monotona. Un essere stranieri che porta ad essere allontanati, giudicati. Fino ad essere condannati ad una vera e propria morte sociale, impediti e impossibilitati ad esprimere pensiero, poesia della vita, sentimenti, a riflettere ed essere autentici, veri. La lettera di Michele si conclude con un vero e proprio j’accuse contro Poletti e la classe (s)politica tutta. Ma il suo grido è molto più ampio, radicalmente più profondo.

Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile. […]Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.

Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.

Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. […]  ”

E’ facile dimenticare Michele, è facilissimo girare la testa e scrollare le spalle, omologarsi alla massa e al falso dell’apparenza. Ma la verità è sempre lì, scolpita nella pietra. La precarietà di una vita vera, lo straniero nella società che non s’arrende saranno sempre pronti a tornare, a non lasciare dormire la notte, a sperare che qualcun altro/a possa comprendere e condividere la nausea di un egoismo senza spinte verticali, senza sogni, senza coraggio, piatto, omologato, da cortigiani della vita.

 

Alessio Di Florio

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Informazioni su Alessio Di Florio

Militante comunista libertario e attivista eco-pacifista, referente abruzzese dell’Associazione Antimafie Rita Atria, dell'Associazione Culturale Peppino Impastato e di PeaceLink, Telematica per la Pace. Collabora tra gli altri con Telejato.it, Popoff Quotidiano e altri siti web. Autore di articoli, dossier e approfondimenti sulle mafie in Abruzzo, a partire da mercato degli stupefacenti, ciclo dei rifiuti e rotta adriatica del clan dei Casalesi, ciclo del cemento, post terremoto a L'Aquila, e sui loro violenti tentativi di dominio territoriale da anni con attentati, intimidazioni, incendi, bombe con cui le mafie mandano messaggi e tentano di marcare la propria presenza in alcune zone, neofascismo, diritti civili, denunce ambientali tra cui tutela coste, speculazione edilizia, rischio industriale e direttive Seveso.

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