“la verità bisogna dirla anche sulle proprie insufficienze sui propri limiti”

“Poi rimango solo, e sento per la prima volta una gran voglia di piangere. Tenerezza, rimorso e percezione del poco che si è potuto seminare e della lunga strada che rimane da compiere … Sono troppo stanco per rispondere stasera…

 

Questo monologo del film “I Cento Passi”, per quanto in realtà mai pronunciato e la scena romanzata rispetto a quanto realmente accaduto, mi è sempre piombato come macigno sul cuore. Sferza, schiaffeggia, inchioda, toglie il respiro. E lo stato d’animo di don Tonino raccontato nella sua lettera da Sarajevo tante volte in questi anni l’ho condiviso. Forse mai come in quest’ultimo periodo. Sono settimane che questa bacheca è rimasta, da parte mia, in silenzio. Non è casuale e non sono le parole a mancare. Ne mancano il senso e la forza, chiuso per ko tecnico. Ci sono momenti della vita che pesano e fanno pesare tutto e di più, molto più di quanto (caro Alexander l’avevi scritto prima dell’albero di albicocco e quanto quelle parole risuonano nella mediocrità stantìa e senza respiro della vita) possa permettere il normale cammino. Momenti in cui anche il fisico non regge più e la corda arriva quasi a spezzarsi, anzi forse si è ormai spezzata.

Quelle parole di Peppino scuotono, si conficcano, i propri limiti, la verità che va detta sui propri limiti, errori, appunto sul poco seminato e la strada che appare sempre terribilmente lunga. Nella corsa sfrenata di ogni giorno, nel rincorrere ci sono momenti che irrompono come sberle e si impongono. E, per quanto si voglia cercare di omettere, spostare, far finta di niente, dribblarla quella domanda come fiume impetuoso torna a ricordare la propria esistenza. E la risposta porta spesso, terribilmente spesso, allo stesso stato d’animo di don Tonino nelle notti bosniache.

Possiamo sognare, credere, volare con la fantasia, cercare di far quello che vogliamo ma la realtà questa è. E ci si deve fare i conti. Ancor di più in tempi di pandemia in un piccolo scorcio di provincia, in un bastardo posto (parafrasando Guccini) dove le nuvole si fermano non settimane ma sempre. E impongono di essere onesti con gli altri e con se stessi. Ci si trova in gabbia sperso e solo nel pluriverso della vita che in realtà pesa come uno zeroverso. E, dalle macerie di questo periodo, se mai ci sarà un vero post e un ritorno al prima, più che speranza assale il terrore. Di fronte al peso degli errori, dei limiti, delle insufficienze, della distanza tra quel che si vorrebbe fosse e quel che è o non è. E s’impone scavare, affrontare, ammettere. E arrivano le sberle della vita che denudano e disvelano. Mancano il fiato e le forze, il peso di errori, per non aver saputo distinguere e capire chi dovevo tenermi stretto di più e chi invece avrei dovuto allontanare molto prima, per i sogni infranti e non realizzati, per i progetti naufragati, per tutto quello che non è stato e doveva, per le volte in cui sono stato fin troppo inopportuno. Perché ci si sente di troppo, sopportati, incapaci, un peso per gli altri e un macigno i comportamenti subiti da altri. Che credevi amici, sinceri, veri, cum-panis. Ed invece … E sono situazioni che fanno male, coltellate dritte al cuore. Si piange e si vorrebbe scomparire perché quando troppe volte si ripete, troppe volte si rimane soli e spersi, troppe volte ci si sente di peso, inopportuni, sopportati ma non troppo, alla fine l’errore, lo sbaglio, l’insufficiente sei tu. E ci si ferma. Si può sognare ma la vita vera resta qui, con le sue sberle e delusioni, col sentirsi solo perché quel che sogni di notte e di giorno, nel cuore e nella mente troppe volte si è infranto all’alba, troppe volte son stati solo film nella propria mente. Il cui flusso non si vuol interrompere, continua a prendere a sberle e ad infierire. E ad una certa età il copione di film iniziati male e finiti peggio pesa sempre più. Si, a 37 anni la solitudine e i sogni infranti, il vedere sempre e solo altri realizzarsi e rimanere qui sempre nello stesso pianto, smarrimento, nel non realizzare, nel cuore che anela e brucia e poi rimanere bruciati e con le ossa ogni volta più rotte fa male, fa terribilmente male. E’ solo un pianto che sconquassa sempre più. E la domanda avanza ogni volta più forte: dove si è sbagliati? Perché continua ad illudersi? Perché tutto s’infrange e continua ad infrangersi? E le risposte diventano sempre più severe verso se stessi. E nel dissolvimento si vorrebbe quasi scomparire …

 

Si dovrà ripartire, con sempre meno forza e convinzione, con sempre più peso e nel vortice delle sberle e delle gabbie, del non stato e non sarà. Ma scuse immense sono dovute, perché il fisico che non regge e la corda che si spezza o quasi, il dover sopportare, il trovarsi questo peso davanti ha conseguenze sugli altri. Scuse immense per tanto, tanto. Perché si è, per i limiti, gli sbagli, le insufficienze, gli errori le cui esternalità ricadono su altri. Purtroppo si è sempre e ancora qui. Ko tecnico e forse si dovrebbe riaprire, ha senso? E’ giusto e consentito farlo? Nello scomparire che non compare, nella dissoluzione risposte non ci sono. E pesa tutto sempre più. “Non è finito un cazzo” è frase che da tanti anni risuona nella mente e nel cuore. E, scusami immenso Roberto che da lassù ci guardi e proteggi, comincia a vacillarmi.