Legalità, etica e diritto. Un matrimonio celebrato dalla giustizia

23231176_1438588542903117_2280331083564502698_n Lo scorso 23 novembre si è tenuto a Vasto un intenso convegno organizzato dall’UGCI, la cui presidente locale è l’avv. Raffaella Valori. Due ore vibranti e stimolanti, cariche di riflessioni e profondo pensiero. In tempi di pensiero unico, urlato, di banalizzazione e rifiuto di ogni dialogo, arrocati anche con violenza e prepotenza su torri d’avorio, un’occasione più che importante. L’introduzione della stessa Raffaella e i percorsi attraversati dai 3 relatori sono stati momenti in cui rimettersi in discussione, dialogare senza preconcetti pronti anche a rivedere i propri punti di vista e migliorarsi insieme.

Temi importanti, che toccano ogni sfera del bene comune e dell’impegno civile. Soprattutto delle e nelle istituzioni, troppo spesso attraversate da corruzioni, prevalenza di interessi privati e altre espressioni di quel che qualcuno tanti anni fa definì sovversivismo delle classi dirigenti. E che, forse mai come oggi, è vestito di colletti bianchi e opacità. Ma non solo. Perché l’impegno comune, ideali e valori, la ricerca e la costruzione del bene comune, devono essere patrimonio di ognuno. Non per altro, come ha ricordato il procuratore Di Florio (col quale condivido solo il cognome, in quanto non siamo minimamente parenti) per decenni nella scuola italiana veniva insegnata “educazione civica”. Come già ho avuto modo di dire con l’avv. Valori, un convegno che stimola ad una riflessione intensa e feconda già dal titolo. Perché l’accostamento dei tre termini, quella virgola a metà, donano suggestioni forti. Legalità non deve essere solo pedissequa applicazioni di norme formali, da notai dello status quo. Non era legalità l’obbedire agli ordini difeso a Norimberga, non può essere legalità regolarsi verso l’interesse e il volere del “più forte”, del potente, del pre-potente. E l’unica strada è farsi guidare, farla sposare, all’etica e al diritto. Per una legalità che regoli la vita sociale, la convivenza, che cerchi di sanare le sperequazioni sociali ed economiche, che restituisca al più debole forza e dignità. Perché questo accada c’è un solo possibile celebrante del matrimonio: la giustizia. Un celebrante di cui tutti e tutte dobbiamo avere fame e sete. Scacciando egoismi e particolarismi, partendo non da noi stessi (e dalla “convenienza” del momento) ma con il coraggio di essere attivi e re-attivi, mettendosi in discussione e non fermandosi a preconcetti comodi e arroccati. Ancor di più in una crisi sociale, morale, civile prima ancora che economica, “per riprendere il filo della lettura del mondo c’è un solo modo: mettersi dalla parte delle vittime. Guardare il mondo, anche il nostro, con i loro occhi”. Con gli occhi dei più deboli, degli impoveriti, dei discriminati, dei malati, di chi è costretto a fuggire perché – appunto – non ha giustizia e la forza del diritto con lui e non ha voce. Rispondendo ad una polemica “politica” dei giorni scorsi, che incredibilmente ha avuto maggior eco del convegno stesso e che poteva tranquillamente “saltare il turno” (anche perché in vari aspetti col convegno stesso poco e niente aveva da spartire), legalità, etica e diritto non devono avere cittadinanza solo nei tribunali. No, non può essere materia solo dei giudici. Perché la giustizia, la difesa dei più deboli e indifesi, il garantire giustizia alle vittime e a chi vede diritti e dignità negati, vilipesi, calpestati, non può essere materia di codici e formalità di leggi attuali. Perché rimarrebbe fuori dalla porta (così come fuori dalla porta di una casa sono tanti che l’hanno persa, o rischiano ancor di più che perdono il lavoro o lo hanno troppo precario e sottopagato)  troppa parte dell’attuale società. E se fosse così, perché esiste il legislatore? Perché esistono giornalisti d’inchiesta, a partire dal grande Pippo Fava (ogni tanto ricordato proprio da chi è stato portatore delle prese di posizioni evocate qualche riga fa) il cui cammino tanti (sconosciuti e dimenticati dai più) cercano di proseguire, che denunciano e s’indignano? Quell’indignazione che oggi troppi decidono di non praticare, come ricordato nel convegno? Senza altri che si interessano e cercano legalità, etica, diritto, giustizia avremmo mai scoperto quello che oggi molti definiscono il “sistema Saguto” o i connubi che si sono intrecciati a Ragusa con l’assassinio Spampinato? Non avremmo mai scoperto larga parte di quel che sappiamo sull’assassinio Alpi-Hrovatin e sulle navi dei veleni, che allora ed oggi avvelenano per gli interessi di pochi tantissimi luoghi del Pianeta. Non avremmo mai realmente scoperto la realtà inquinata e avvelenata di Taranto e dell’Ilva, non si sarebbe fatto luce di troppi aspetti del biocidio delle “Terre dei Fuochi”. Non avremmo mai scoperto la mega discarica di Bussi. E rimarrebbero sole e indifese, alla merce del destino e di una quotidiana ingiustizia, tantissimi lavoratori, persone rimaste senza casa, a cui può esser negato – per i motivi più vari – anche quello che la stessa “legge formale ed attuale” sulla carta garantisce. E per questo torno, in chiusura, sulla frase del procuratore che ha colpito tanti. Frase che evoca un celebre intervento di Paolo Borsellino. Affermare che non bisogna fermarsi ed attendere una sentenza passata in giudicato è un pensiero carico di riflessione e profondità, di significati. Sui quali bisogna stare attenti per non approdare a letture e conclusioni che negano quel da cui è partiti. Non ci si può accontentare perché, come appena detto, c’è anche tanto, ci sono tanti altri campi del vivere quotidiano. Davanti ad uno stupro bestiale e disumano (penso a quello che accadde anni fa nella nostra regione nell’aquilano), davanti ad atti di pedofilia, davanti ad un politico che manovra solo in base a clientelismo e convenienza di pochi “ricchi e potenti”, davanti a traffici, commerci e affari di morte, davanti a chi agisce – dentro o fuori le istituzioni – con arroganza e prepotenza facendo il debole con i forti e il forte con i deboli, davanti alle lacrime di chi accanto a noi è più fragile e indifeso, davanti alle situazioni di sfruttamento disumano (da quel che accade nelle campagne del ragusano al caporalato, da certi “luoghi di lavoro” ad alcune strade delle nostre città e tanti altri) non c’è forse agire al di fuori di un tribunale e di una sentenza? Quelle lacrime, quelle sofferenze, quella bestialità che devasta il più profondo, per schierarci e agire non c’è nulla da attendere. E non può mai essere giusto dire “non mi interessa”, “non mi riguarda”.

Alessio Di Florio

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Informazioni su Alessio Di Florio

Militante comunista libertario e attivista eco-pacifista, referente abruzzese dell’Associazione Antimafie Rita Atria edi PeaceLink, Telematica per la Pace. Collabora tra gli altri con Telejato.it, Popoff Quotidiano e altri siti web. Autore di articoli, dossier e approfondimenti sulle mafie in Abruzzo, a partire da mercato degli stupefacenti, ciclo dei rifiuti e rotta adriatica del clan dei Casalesi, ciclo del cemento, post terremoto a L'Aquila, e sui loro violenti tentativi di dominio territoriale da anni con attentati, intimidazioni, incendi, bombe con cui le mafie mandano messaggi e tentano di marcare la propria presenza in alcune zone, neofascismo, diritti civili, denunce ambientali tra cui tutela coste, speculazione edilizia, rischio industriale e direttive Seveso.

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