PaP e 41bis, serve accettazione della complessità e classe

PeppinoImpastato2014 Ha scatenato negli ultimi giorni un infuocato dibattito, dentro e fuori Potere al Popolo, la presenza nel programma elettorale di un unico punto che include richiesta di amnistia, abrogazione dell’ergastolo e del 41bis. Le polemiche si sono concentrate in particolare su quest’ultima proposta. Veri e propri scontri che hanno creato, tranne alcune illuminate eccezioni, tra rigide e opposte posizioni. Senza possibilità di veri approfondimenti e discussioni reali. Un quadro che ha semplificato all’estremo e trasformato in lineare ciò che lineare non è. E una delle conseguenze è stata che tanto è rimasto sullo sfondo, ai margini, escluso. Dinamica che è un gravissimo errore politico, che ci impedisce di analizzare e comprendere. Che è una necessità ancora più necessaria e vitale quando ci si approccia al tema della lotte alle mafie. Senza particolari tesi precostituite e pregiudiziali mi permetto di elencare alcuni dei punti e temi secondo me dirimenti e importanti. Sperando sia considerato nulla più nulla meno di un tentativo di contributo al dibattito, opinabile e discutibile ma spero senza insulti, anatemi et similia.

Il primo dato che salta all’occhio è che questo dibattito, nonostante il programma sia online già da molti giorni, solo nell’ultima settimana dopo alcune critiche e attacchi “esterni”. Avvenuti incredibilmente nelle stesse ore in cui, soprattutto sui social, molti militanti di PaP hanno aspramente criticato il discorso di Grasso sull’abolizione delle tasse universitarie. Per poi essere spiazzati quando esponenti dei partiti partecipanti a LeU gli hanno risposto “guardate che c’è anche nel vostro”. Domanda delle domande: ma il programma l’abbiamo letto, analizzato, cercato di fare nostro? Veramente la stragrande maggioranza – e s’intende questa è anche una feroce e forte autocritica – ha pensato di “fare politica”, di sostenere PaP senza domandarsi quale è il cuore della sua azione politica, cosa dice, propone e per cosa concretamente vuole battersi nell’iniqua e ingiusta società odierna? E come lo si poteva pensare, visto e considerato che l’obiettivo è anche andare oltre il 4 marzo, costruire un percorso e un soggetto politico che agisca e cammini sempre più? Se mi si permette la provocazione, direi che chi ha attaccato PaP – al di là del merito degli attacchi – va prima di tutto ringraziato perché dovrebbe permettere di svegliarsi e riflettere su questo.

Il dibattito si è scatenato da una frase – sintetica al massimo – dove come già menzionato sono stati accosti tre temi (ergastolo, 41bis e amnistia). In realtà inseriti prima e dopo altri punti ma che sono stati presi singolarmente. Senza altra elaborazione e approfondimento. Leggendoli insieme ai punti precedenti si comprenderebbe che ci si rivolge soprattutto alla questione sociale, all’emergenza carceri e alla repressione sociale. Un articolo su Contropiano va ancora oltre. Scrive infatti la redazione “dunque l’art.41bis va abolito o no? A nostro avviso sì e va sostituito con un sistema di detenzione attenzionata, funzionale alla rottura dei legami dei boss della criminalità con le loro reti esterne. Dopo cinque anni di stretta osservazione, nessun boss è in grado di mantenere la sua autorità in un mondo fetido dove ascese e cadute sono rapide, violente e repentine”.  Mi sembra una formulazione che trasmette altro e che può centrare meglio quelle che – mi sembra – possano essere le intenzioni di chi ha redatto quella parte del programma. Si sta discutendo di un programma elettorale e, in ogni elezione, ci sono regole e domini ben precisi. A partire dai voti. E i voti arrivano da una ben precisa categoria: le elettrici e gli elettori. E, al di là di tutto il resto, sono loro “ad aver ragione”. Se si partecipa ad una competizione elettorale è questa la prima regola da seguire: se non si trasmette al corpo elettorale, se non si è compresi e sostenuti da elettrici ed elettori si è in errore. Il miglior merito mal propagandato è colpa di chi si presenta, il peggior merito ben propagandato è una vittoria. Giusto o sbagliato ma le elezioni funzionano così. E allora, primo punto sul tappeto, non può essere il caso – oltre che di valutare laicamente quanto già scritto – valutare la possibilità di pubblicare un ulteriore articolato e approfondimento dove esplicitare il tutto, presentare una proposta organica e completa cercando di evitare di far passare altro rispetto a quel che si vorrebbe? Mi sembra un’esigenza condivisa anche dal prof. Enzo Di Salvatore con la sua proposta “Propongo di suddividere in due parti quella formulazione, nel modo che segue:

“-l’abolizione dell’ergastolo e l’emanazione di un provvedimento di amnistia che risolva il problema del sovraffollamento carcerario;
– la revisione del regime detentivo differenziato previsto dall’art. 41 bis;”

Spiego perché sarebbe preferibile questo modo di esprimersi.
Nel primo caso affinché sia chiaro che l’abolizione dell’ergastolo concerna una misura di carattere generale e cioè che riguardi tutti (e non solo quelli sottoesposti attualmente al 41 bis); nel secondo caso perché possa esservi spazio per la formulazione di una proposta alternativa al 41 bis (tutta ancora da formulare) e perché si possa argomentare il senso della proposta. Giacché la parola “abolizione” può lasciar pensare che l’alternativa sia…il vuoto legislativo (e cioè il niente). Invece, credo, che la ratio della proposta sia non già l’impunità o l’insicurezza, ma il rifiuto dell’idea che la giustizia equivalga a vendetta di Stato e a trattamenti inumani
”.

la-mafia-c3a8-una-montagna-di-merda Provo ora ad elencare alcune questioni di merito imprescindibili per capire di cosa stiamo dibattendo e per una riflessione che sia ancorata alla realtà e alle dinamiche che ci circondano. Premetto: mi concentrerò sulla lotta alle mafie e sul 41bis perché non mi sento all’altezza di altre questioni che sarebbero sul tappeto. E, per esempio, credo che sul terrorismo ci sia ben poco da dibattere. La posizione, almeno per me personalmente, è netta e chiara. E non c’è altro da aggiungere. Faccio parlare su questo quanto scritto negli anni, le posizioni assunte e la mia storia personale. Solo un dato va considerato, più che imprescindibile. Come ha sottolineato, per esempio, l’avvocato Goffredo D’Antona (che ha patrocinato e sostenuto in questi anni anche moltissime denunce e battaglie dell’Associazione Antimafie Rita Atria) il 41bis non è un provvedimento nato contro le mafie e non è emesso da un’autorità giudiziaria. Aprire le celle, lasciar liberi i mafiosi, annacquare le pene contro i mafiosi non c’entra nulla. E’ emesso dal Ministero della Giustizia e, in realtà, è nato come strumento di repressione sociale. Tanto è vero che può colpire anche altre categorie oltre mafiosi e terroristi. E su questo due annotazioni. Antonio Ingroia nel suo post di critica feroce a PaP apre ad una riflessione su un “eccesso di applicazione del 41 bis, anche per soggetti per i quali non è necessario o non è più necessario”. Quindi a quanto pare la riflessione non è assolutamente peregrina o inutile. Anzi c’è di che farlo e intervenire. Ma bisogna ben comprendersi su cosa. Al di là della radice e del linguaggio mi sia consentito scrivere che questa e altre sottolineature di Ingroia e quanto prima citato da Contropiano dimostrano che l’attuale formulazione del 41bis non è intoccabile. E che c’è di che riflettere e agire. Ma serve chiarezza e disponibilità ad analizzare e accettare la complessità della questione. E qua torniamo a quanto riportato prima. Seconda questione. Come già scritto il 41bis viene emesso dal Ministero della Giustizia. Organo di quella politica in alcuni casi accusata, anche in maniera documentata e a ragione, di trattare ed essere connivente, complice, organica, eterodiretta o socia di interessi più o meno mafiosi. Siamo in questi stessi giorni a importantissime e finali battute del processo sulla Trattativa Stato-Mafia di inizio Anni Novanta. Probabilmente la maggiore di tante “trattative” che hanno attraversato tutta la storia repubblicana italiana. Organo politico e quindi guidato da motivazioni e interessi politici. Che possono solo incidentalmente coincidere con la giustizia.

E qua veniamo ad uno dei cuori di tutta la questione. E che parte proprio da quel che si è scritto o non si è scritto. Nulla più si evolve ed è complesso delle mafie e dei suoi infiniti tentacoli. Ancor di più con il salto avvenuto negli ultimi lustri. E che non si può ignorare.

Le mafie del Padrino, le mafie dei vaccari e delle “mele marce” sono narrazioni che erano validissime e sono state utili nei decenni passati. Oggi le mafie hanno colletti bianchi, 24 ore, viaggiano in business class, sono nelle stanze del Potere e ne manovrano le leve (Pippo Fava ci avvertiva su questo già sul finire del 1983). Oggi le mafie sono multinazionali, governano imprese e fanno profitti, pilotano appalti e provvedimenti legislativi, agiscono ai livelli più alti e raffinati (http://www.qcodemag.it/2017/10/21/mafia-liquida-imprenditori-criminali-e-nuove-massomafie/ ). La Procura Nazionale Antimafia l’anno scorso ha addirittura scritto che termini come ecomafia non bastano più per descrivere l’attualità delle imprese criminali (http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/giganti-inquinano.ambiente-procura-antimafia/ ). L’inchiesta Mammasantissima in Calabria, con le indagini su una supercupola massonica, politica e ‘ndranghetista, e il complesso di Mafia Capitale documentano quel che Scarpinato scriveva già 10 anni fa ne “Il ritorno del Principe”. “Il mondo degli assassini comunica attraverso mille porte girevoli con insospettabili salotti e con talune stanze ovattate del potere” e che “in Italia la storia nazionale, quella con la S maiuscola, è inestricabilmente intrecciata con quella della criminalità di settori significativi della sua classe dirigente, tanto che in taluni tornanti essenziali non è dato comprendere l’evoluzione dell’una senza comprendere i nessi con la seconda”. La definizione più attuali e complete probabilmente sono, solo appare paradosso, ancora più antiche. “Sovversivismo delle classi dirigenti” e “comitati d’affari della borghesia”. La lettura di tutto non può che essere di classe, non possiamo non leggerle come dinamiche e lotta di classe. La mafiosità altro non è che capitalismo criminale, sfruttamento dell’uomo sull’uomo, oppressione dei ricchi e potenti, dominio del potere di pochissimi sulla società. E da nessuna parte valgono le parole di Ericlea, la nutrice di Ulisse, nel quinto atto di “Il ritorno di Ulisse” di Giacomo Bodoaro (1641), come quanto si affronta la lotta alle mafie. Non esistono considerazioni scontate, non c’è nulla che non debba necessariamente sempre essere ribadito ed esplicitamente affermato. Le mafie e le mafiosità si nutrono delle zone grigie, agiscono su tutto quello che non è muro eretto e rinforzato quotidianamente. Quindi ancor di più è necessario esplicitare, argomentare, analizzare, scrivere e parlare. E, se non si può pensare neanche per un momento, neanche soltanto non esprimendosi esplicitamente, non mostrando sempre, senza se e senza ma, la fermezza e lotta dura, decisa, totale, titanica, non si rischia di rimanere con spade e strumenti spuntati se non li si analizza e anche modifica con laico sguardo.

E qua si arriva al punto finale. Che coinvolge la lotta alle mafie. Ma non solo. Ci si presenta alle elezioni per candidarsi a raggiungere le istituzioni dello Stato, ad entrarne nella classe dirigente. Che ha le sue regole, i suoi funzionamenti e le sue dinamiche. Che non si possono ignorare. La giustizia è uno dei poteri di uno Stato. Che ha delle leggi e per il quale è necessario che vengano rispettate, reprimendone le violazioni. Se così non fosse lo Stato cesserebbe di esistere. Le leggi, e la repressione delle sue violazioni, hanno ispirazioni e direzioni che gli vengono impresse. Nel momento in cui si entra nelle istituzioni, nelle assise che quelle leggi decidono e modificano si deve aver ben presente quale direzione e ispirazioni si ha. L’alta borghesia, l’imprenditoria capitalista, i sovversivi delle classi dirigenti, i mafiosi e i loro complici, i devastatori e gli avvelenatori ad ogni latitudine, i guerrafondai imperialisti la loro ce l’hanno ben presente. http://contropiano.org/interventi/2015/11/05/repressione-e-propaganda-son-strumenti-dell-ordine-delle-classi-dominanti-033866  http://www.globalproject.info/it/community/la-repressione-e-la-propaganda-son-strumenti-dellordine-delle-classi-dominanti/19562  http://heval.altervista.org/la-repressione-e-la-propaganda-son-strumenti-dellordine-delle-classi-dominanti/  Non siamo di fronte a questioni neutre. E non possiamo trattarle come tali. Davanti all’ingiustizia e all’iniquità classista la risposta non può che essere di classe, non può che avere un punto di vista ben preciso. Quello delle vittime, degli ultimi, degli impoveriti, degli esclusi e degli emarginati. Se governano i sovversivi delle classi dirigenti tutte queste categorie sono bastonate e oppresse, lasciate senza alcuna voce. Se si rovescia la piramide, se la si vede dall’opposto che facciamo? Mettiamo tutti sullo stesso piano, e quindi comunque gli diamo voce?

 

Ci sarebbe ancora tantissimo da scrivere. Ma mi fermo qui. Come scritto all’inizio volutamente non ho voluto lasciarmi guidare da tesi precostituite e pregiudiziali. Ma solo mettere sul tappeto questioni che non mi sembra siano state parte del dibattito. E sicuramente se dibattito è nato qualcosa è discutibile, c’è da lavorare. Spero che, almeno per qualcuno, queste righe possano essere interpretate come un contributo. Anche per questo lo invio anche a persone esterne a PaP che in questi giorni hanno detto e scritto la propria. O il cui punto di vista credo comunque sia importante. Senza anatemi e scontri rigidi e sterili. Ma avendo il coraggio del mare aperto, della messa in discussione franca, leale e reale.

 

Alessio Di Florio

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Informazioni su Alessio Di Florio

Militante comunista libertario e attivista eco-pacifista, referente abruzzese dell’Associazione Antimafie Rita Atria edi PeaceLink, Telematica per la Pace. Collabora tra gli altri con Telejato.it, Popoff Quotidiano e altri siti web. Autore di articoli, dossier e approfondimenti sulle mafie in Abruzzo, a partire da mercato degli stupefacenti, ciclo dei rifiuti e rotta adriatica del clan dei Casalesi, ciclo del cemento, post terremoto a L'Aquila, e sui loro violenti tentativi di dominio territoriale da anni con attentati, intimidazioni, incendi, bombe con cui le mafie mandano messaggi e tentano di marcare la propria presenza in alcune zone, neofascismo, diritti civili, denunce ambientali tra cui tutela coste, speculazione edilizia, rischio industriale e direttive Seveso.

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