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mafie - Alessio Di Florio - blog personale

mafie ingiustizie oppressioni sono valanghe di merda

Tag: mafie

Italia sotto inchiesta

Quasi un mese. Una lunga attesa. Ma sicuramente ne è valsa la pena. Italia sotto inchiesta, pubblicato da Meltemi Editore, è un libro da leggere tutto d’un fiato. Dalla prima all’ultima pagina. Un viaggio lungo lo Stivale, illuminando le zone grigie e gli angoli bui della nostra società. Un primo dato colpisce, o almeno dovrebbe. Gli autori sono tutti giovani, poco più che trentenni o al massimo poco più che quarantenni. Un dato che dona speranza, che fa capire che in questa società non tutto è perduto. Mentre per anni ci hanno ripetuto il mantra di ogni colpevolezza e nefandezza di una gioventù amorfa, senza slanci, che “non fa nulla”, incapace, ragazze e ragazzi hanno scelto la loro strada. Una strada impervia, difficile, coraggiosa. Ma ben battuta. Sono giovani che si sono guardati intorno, si sono interrogati e non sono rimasti in silenzio. Mentre gli adulti con un dito puntano inquisitori sulla generazione successiva, e con un altro impongono troppo spesso silenzio, omertà, connivenza, servilismo e vigliaccheria di fronte al potente e al prepotente di turno. E dona speranza (mi si scusi il breve accenno anche autobiografico) a tutti noi che una strada non l’abbiamo ancora trovata, che ci barcameniamo cercando di capire come donare il proprio contributo ad una società più giusta e libera, a non rimanere in silenzio e trovare gli strumenti per tenere sempre alta la testa e non considerare la schiena dritta solo una questione ortopedica. Certamente anche per errori e sbagliate valutazioni personali, per mancanza di intuito e bravura. Ma anche perché non aiutati dal mondo che ci circonda, dal piccolo mondo borghese nel quale si è stranieri anche se si è nati e si vive quotidianamente nel suo ventre.

31108291_10211767883376176_6389789585479565312_n Come avevo scritto in un messaggio a Nello e Sara non avrei risposto all’appello lanciato su facebook (https://www.facebook.com/antonio.crispino.758/posts/10156526455125934 https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10215696985848387&set=a.1138517953861.142603.1554757901&type=3&permPage=1 ) con un selfie, mettendomi in mostra accanto alla copertina del libro.  L’ho fotografato accanto ad altri libri che svettano nella mia personale biblioteca. Libri che ogni tanto riapro per leggerne qualche brano. Libri che raccontano vite e storie che si stampano nel cuore e infiammano l’animo. Libri non solo da leggere ma che pretendono movimento, passione civile, che impongono di non rimanere inerti di fronte allo “stato di cose presenti”. Ma di impegnarsi ogni giorno, quotidianamente, per strappare all’inferno dei viventi quel che inferno non è. Per essere atomi positivi negli interstizi del disordine e delle lacerazioni di questo nostro mondo. La denuncia e la lotta alle mafie, al crimine organizzato, al “sovversivismo delle classi dirigenti”, alla criminalità imprenditoriale e di tutti i colletti bianchi soffre terribilmente di una lettura distorta. E’ sentore comune che chi la fa è una sorta di notaio dello status quo, una persona che persegue solo ed unicamente il rispetto formale e totale dei codici, delle leggi, dell’ordinamento giudiziario. Un difensore dell’ordine costituito. In alcuni c’è anche questo. Ma non è così, non deve essere così. E’ impegno per la giustizia, per la libertà, per schierarsi con gli ultimi e i deboli, gli impoveriti e i più fragili. La corruzione, le mafie, la malapolitica, l’interesse dei colletti bianchi e dei cravattari che fagocita il bene comune colpiscono soprattutto loro. Quando si sceglie un potente, quando squallide consorterie fanno deragliare verso i loro meschini interessi, si ruba a loro, si sequestra il loro destino e li si uccide. Non si può, quindi, sognare e impegnarsi per un mondo migliore, più giusto, più equo, più umano, senza denunciare e lottare contro lor signori. Farlo è un tassello fondamentale del guardare questo mondo “con lo sguardo delle vittime”, dello schierarsi dalla loro parte. Come fece Dino Frisullo. O come fece Roberto Mancini, la cui vita è raccontata in “Io morto per dovere”. Roberto tutta la vita ha lottato per rendere questo mondo migliore, per denunciare i criminali che hanno avvelenato la sua terra, assassinato migliaia di persone. Come disse il suo impegno era “garantire i diritti per migliorare, nel nostro piccolo, il mondo che ci circonda, la vita delle persone”. Alexander Langer, ai piedi dell’albero sul quale spezzo la sua esistenza terrena, scrisse che dovevamo “continuare in quel che è giusto”. Quel qualcosa che deve irrorare il nostro quotidiano impegno, che deve costruire una forza nonviolenta e radicale che rovesci le sorti della Storia, che dia voce ai piccoli, a chi è schiacciato dalle “regole” dell’alta finanza e della globalizzazione, del profitto ad ogni costo (e non è forse questa la prima e più importante regola dell’imprenditoria e della politica mafiosa?!). Senza compromessi al ribasso, senza nessuna certezza e nessun “interesse di scuderia” se non – appunto – i piccoli e gli ultimi, i deboli, le vittime e i più fragili di ogni latitudine e la sete ardente degli ideali umani più alti.

 

Le minacce ai cronisti coraggiosi, commemori-amo Peppino Impastato con l’impegno

Le minacce a Paolo Borrometi e a Federica Angeli, l’azione legale “record” che ha colpito Nello (https://www.articolo21.org/2018/04/azione-legale-record-contro-gli-autori-di-notizie-vere-chiesti-39-milioni-di-euro-di-risarcimento/ https://www.articolo21.org/2018/04/una-querela-bavaglio-da-39-milioni-di-euro-per-intimidire-nello-trocchia/ ) e anni fa gli autori de “Il Casalese”, a Rino Giacalone, a Salvo Vitale o Antonio Mazzeo (solo per citarne alcuni), (ma andando indietro a ritroso negli anni mi vien da ricordare che quando iniziai con PeaceLink una delle prime persone che conobbi fu Carlo Ruta – che stava indagando sull’assassinio Spampinato e alcuni ambienti in odor di massoneria locali – e l’incredibile odissea giudiziaria che stava subendo e che portò alla chiusura di un suo blog), gli attacchi subiti da Fanpage per le loro recenti inchieste su rifiuti e non solo, le aggressioni ad alcuni giornalisti anche negli ultimi giorni, le minacce ricevute nei mesi scorsi dalla redazione de “I Siciliani”, tantissimi altri fatti che ogni anno colpiscono cronisti che per qualcuno hanno avuto la “colpa” di voler raccontare con coraggio e senza filtri, impongono l’impegno di tutte e tutti. E non è solo questione, ovviamente, degli ultimi tempi. Era il 2004 quando iniziai con PeaceLink e, dopo pochi mesi, ci imbattemmo nella vicenda dello storico Carlo Ruta. Denunciato e condannato dopo aver pubblicato articoli sull’assassinio Spampinato e alcuni ambienti in odor di massoneria locali. Si tentò di portare anche in parlamento la sua vicenda all’epoca. A dimostrazione di come ci sia parte del main stream che ha seri problemi con la verità nuda e cruda chi raccontò nei Sacri Palazzi la sua vicenda fu accusato di “razzismo” contro i massoni. Dagli stessi ambienti che oggi un giorno si e l’altro pure giustificano la loro propaganda nazionalista e xenofoba sparlando un giorno e l’altro pure di finanza massonica (e indovinate un po’ che ci “scappa” ogni tanto dopo … ovviamente giudaica o ebrea), di piani d’invasione per la distruzione etnica dell’Italia e aberrazioni simili. Senza dimenticare la vicenda del documentario “Mare Nostrum”, prodotto dalla RAI ma mai mandato in onda. 14 anni fa con Articolo21 e MeltingPot costruimmo anche una campagna di “sensibilizzazione sull’informazione sociale” (https://www.peacelink.it/migranti/i/2030_1.html ) per denunciare la censura sul documentario che denunciava quel che accadeva dentro il Cpt “Regina Pacis” di Lecce. Sono passati quasi 3 lustri ma il silenzio – anche sui successivi affari moldavi di Cesare Lodeserto (il gestore del Cpt) dopo la sua chiusura. E  gli stessi ambienti politici  che riempiono la loro propaganda – ieri come oggi – di “profughi negli alberghi”, “business dell’immigrazione” e  odio verso i migranti si schierarono tutti compatti nel difenderlo. Quando Lodeserto fu arrestato un quotidiano attaccò chi denunciò affermando che avremmo fatto arrestare anche San Francesco.

Sulla scia delle esperienze delle Scorte Civiche, dopo la recente indagine che ha portato a rendere pubbliche le minacce a Paolo Borrometi, è avanzata la proposta di rilanciare, riproporre, pubblicare, farsi tutti carico delle sue inchieste, delle inchieste dei giornalisti di frontiera, di coloro che con coraggio denunciano e documentano ogni giorno (https://www.articolo21.org/2018/04/appello-per-illumonarr-i-cronisti-minacciati-le-prime-adesioni/ ). E’ una proposta rivolta sicuramente alla stampa. Ma che può chiamare chiunque. Fra poche settimane sarà il quarantennale dell’assassinio di Peppino Impastato. Qualche anno fa mi permisi di scrivere che “Peppino Impastato siamo noi, nessuno si senta escluso” (https://www.articolo21.org/2013/05/peppino-impastato-siamo-noi-nessuno-si-senta-escluso/ ).  Tra un meme e una canzone, tra una citazione d’effetto e l’altra sui social, tra una retorica e l’altro, sarebbe questa la migliore commemor-azione di Peppino. Non commemoriamo un “laico santino” ma lasciamoci ardere dal fuoco vivo dell’indignazione, della passione, del coraggio. Senza rassegnarsi, senza mai voltarsi dall’altra parte, facendo sempre più, ognuno nel suo territorio, ognuno tutte le volte che può, nomi, cognomi, trame, intrighi, affari, complicità delle clientele, delle cricche, delle mafie, dei potenti e dei prepotenti. Senza mai pensare che è tutto inutile, che alla fine il compromesso è obbligatorio. Perché non è così. Non lasciamo mai soli i migliori cronisti del nostro Paese, impegnandoci da cittadini attivi e responsabili, che prendono a cuore il bene comune e inondano del fresco profumo della libertà rifiutando il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.

Italia sotto inchiesta guida per illuminare altre periferie

In una recente intervista Nello ha dichiarato che “c’è bisogno che le province vengano illuminate a giorno”. Provando ad illuminare alcune zone grigie e ben poco nominate e conosciute della mia Regione, ho provato nei giorni scorsi a farmi guidare anche da “Italia sotto inchiesta” (https://www.peacelink.it/abruzzo/a/45310.html ). Dall’inchiesta di Giorgio Mottola che ha posto fari sulla borghesia e sull’élite mafiose, dal racket delle case popolari denunciato da Antonio Crispino (e che è la plastica dimostrazione di come la violenza, la prepotenza e la corruzione criminale ruba ai poveri togliendo loro diritti …), dall’inchiesta di Amalia De Simone sulla mafia nigeriana e sullo sfruttamento della prostituzione. Un’inchiesta durissima che fa stare veramente male anche dopo giorni (e ancora esprimo massima ammirazione per il coraggio e la forza di portarla avanti). Un’inchiesta che, in alcuni tratti, mi ha portato a pensare all’assassinio di Pamela Mastropietro e a Macerata. In tutto quel che è stato detto, ridetto, nei fari accesi e nel torrente dei social fa riflettere che su una recentissima inchiesta di Rainews c’è il silenzio più totale http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Gli-insospettabili-nei-festini-a-luci-rosse-6e42f953-0a7e-4de0-8838-ddcb950c3969.html . Avrei voluto farmi guidare anche dall’inchiesta di Nello sul “governo dei massoni”. Ma in Abruzzo la massoneria è più che tabù. Di fatto le ultime notizie certe sono di oltre vent’anni fa, quando la “Guglia d’Abruzzo” finì nell’inchiesta del giudice Cordova. Per il resto sbucò ai tempi di Sanitopoli (http://www.primadanoi.it/news/regione/520612/Del-Turco–segnali-e-misteri-di-una-classica-storia-italiana.html  ), qualcuno la nominò per affermare che in una ASL abruzzese favorirebbe le carriere e in un’altra ostacolò e ritardo la rimozione di un alto dirigente, questa lettera anonima nel 2015 agitò leggermente le acque http://www.primadanoi.it/news/cronaca/561517/Lettera-aperta-ad-un-massone-e.html , a Vasto anni fa un incontro massonico avvenne nel più totale “riserbo” http://www.zonalocale.it/2014/01/20/vasto-al-teatro-rossetti-riunione-privata-della-massoneria/8400?e=vasto http://www.zonalocale.it/2014/01/21/massoni-al-teatro-rossetti-molino-chiede-chiarimenti-al-comune/8424?e=vasto , c’è chi affermò che a Teramo sarebbe molto “fiorente, importante e potente” http://www.primadanoi.it/news/cronaca/525444/Massoneria-a-Teramo—fiorente–importante-e-potente-.html , ovviamente è stata tirata in ballo nel post terremoto aquilano (http://www.primadanoi.it/news/cronaca/550910/Abruzzo–Tangenti-L-Aquila-.html http://www.primadanoi.it/news/terremoto/534726/-Ndrangheta-e-Massoneria–la.html ), altre vicende sbucano ogni tanto  http://www.primadanoi.it/news/inchieste/258/Due-procure-sulla-Valle-del-Giovenco-e-gli-affari-nel-pallone.html , come sospetti di cavalieri e alti colletti bianchi. Ma alla fine tutto svanisce nel porto delle nebbie, tutto torna nell’oblìo …

E della necessità di illuminare a giorno le province ne abbiamo avuto dimostrazione anche in queste ore. Tutti i riflettori puntati sul Molise per le elezioni regionali. Ore e ore di trasmissioni televisive, pagine e pagine di giornali. Ma, incredibilmente, sullo sfondo è rimasto proprio il Molise … eppure la cronaca di questi giorni è stata animata da episodi che dovrebbero far riflettere e accendere riflettori sulle zone grigie di questa Regione.

Lavoro sicuro, 8 imprenditori denunciati. Violazioni pure nelle mense

http://www.primonumero.it/attualita/news/1524220848_provincia-di-isernia-lavoro-sicuro-8-imprenditori-denunciati-violazioni-pure-nelle-mense.html

Operazione “Periferie sicure”, sequestrati droga, coltelli e 4 auto

http://www.primonumero.it/attualita/news/1524309277_isernia-e-provincia-operazione-periferie-sicure-sequestrati-droga-coltelli-e-4-auto.html

Montenero di Bisaccia – Foce Trigno, divampa il fuoco: fauna in pericolo e danni. Fiamme partite dai rifiuti abusivi

http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=27799

Droga ’in viaggio’ su treni e bus da Napoli, duro colpo allo spaccio

http://www.primonumero.it/attualita/news/1524404163_nuovi-dettagli-sull-arresto-del-dominicano-droga-in-viaggio-su-treni-e-bus-da-napoli-duro-colpo-allo-spaccio.html

Santa Croce di Magliano – Boato nella notte, incendio all’ingresso del municipio. Pochi mesi fa un attentato simile

http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=27807

Alessio Di Florio

Mafie nel vastese, l’isola felice esiste solo nelle ipocrite menti complici

3scimmiePeppinoImpastato Un mese. E’ passato solo un mese. Eppure è tutto caduto nel dimenticatoio, nel silenzio più totale. Nel silenzio complice. Si, complice. Quella complicità borghese e ipocrita di chi non conosce, e non vuol conoscere, nulla di più e di diverso dall’accomodarsi, dall’adattarsi, dall’accettare tutto. Sfoggiando inedite doti canore solo se gli tocchi la sua inerme tranquillità da “materasso di piume”, il suo perbenismo piccoloborghese. E’ passato un mese dalla maxi inchiesta che ha sgominato il clan Ferrazzo, che per la terza volta ha spazzato via una cosca piantata e radicata nel vastese. Pasqualone, Cozzolino, Ferrazzo. Senza dimenticarsi le tante inchieste sui sodali del principale clan di MafiaCapitale. La responsabilità penale è personale e nessuno è colpevole fino alla condanna nel terzo grado di giudizio. E questa è materia per giudici e tribunali. Ma ci sono dati, atti e fatti ben precisi che imporrebbero analisi, riflessioni. Di muoversi una volta per tutte e smetterla con la retorica di un giorno per poi esercitare l’arte delle 3 scimmiette tutto l’anno. Adesso, al netto della cronaca, tutto tace.

Un mese fa abbiamo sentito e letto di tutto. Abbiamo visto chi non ha mancato l’occasione per la sua campagna elettorale perenne. E anche chi, improvvisamente, si è svegliata dal “Paese delle meraviglie” ed è uscito dal bosco di Biancaneve. No, ma veramente, la mafia qui, nel nostro territorio?! Ma come è possibile, non me l’aspettavo?  Sarebbe bastato aprire un po’ di atti giudiziari, leggere la cronaca di questi anni per scoprire che il 1° settembre è stata scoperta l’acqua fredda al polo sud, che le mafie agiscono e investono in questo territorio da decenni. E altro che pesci piccoli, altro che piccoli tentacoli di una piovra che non deve preoccupare più di tanto. Non deve preoccupare, deve allarmare, deve smuovere, deve destare dai falsi sonni. Perché i perni della stessa organizzazione furono già arrestati 5 anni fa, in questo territorio tra 2013 e 2014 fu fermata l’introduzione di ben 3 “nuove droghe” (una delle quali, pensate un po’, era stata introdotta nelle tabelle ministeriali solo pochi mesi prima). E l’elenco potrebbe continuare ancora (edilizia, riciclaggio, estorsione, ancora droga, prostituzione, traffico illecito dei rifiuti da parte anche della Camorra).

Il 3 dicembre 2011 (e il primo arresto di Ferrazzo ci fu solo dopo) ci si chiese “Arriverà una Histonium 3?” mettendo, molto banalmente e semplicemente, in fila alcuni fatti sotto gli occhi di tutti. Un mese dopo la risposta arrivò con l’operazione Tramonto. Non fu consultata nessuna palla di vetro (anche perché di palle e palloni ne girano già troppi…) e nessuna cartomante. Basta semplicemente vedere, leggere, ascoltare, aprire gli occhi … E non accontentarsi di vivere in una mediocre sopravvivenza, non pensare che non è roba che c’interessi, che basta semplicemente scansarsi e “farsi i fatti tuoi” (o, ancor di più, esercitarsi nell’arte più diffusa “chi comanda fa legge” e non importa chi comanda, arlecchino sono…). Per poi lamentarsi solo quando si può far sfoggio di moralismo a buon mercato, di ipocrita conformismo, di borghese corporativismo (ma è tanto una “brava persona”, “ma lo conosco”, “certe cose si sanno ma non si dicono, non sono fatti nostri”) e il fastidio di chi non vuol fare un cazzo e non vuole che altri lo facciano (a Vasto c’è chi le operazioni Histonium le ha definite “la rovina di tante famiglie perbene”, aggiungendo che la Mantini ha fatto bene ad andarsene così non faceva altri danni…). O ancor meglio a fomentare e dare sfogo ai vomitevoli conati della xenofobia più barbara e volgare. “sti neri so’ troppi”, “sti profughi musulmani è ‘na parola” (anche se vengono da uno Stato per la stragrande maggioranza cattolica, ma per raccattare più voti o fare più dindin tutto fa brodo, tanto chi se ne frega, mica loro possono difendersi…), sti zengh’r, che schifo le prostitute fin sotto casa o nel viale vicino casa.

Ma poi i troppi migranti tanto troppi non diventano quando serve manovalanza a basso prezzo, quando l’onesto imprenditore e lavoratore italiano non vuol pagare il dovuto agli operai. In moltissime zone d’Italia siamo in periodo di vendemmia, di raccolta dell’uva. Pagati meno che gli “italiani”, sfruttati e senza alcun contratto, migliaia di migranti stanno lavorando per le aziende agricole italiane, ore e ore chini a spaccarsi la schiena. In questi momenti non sono troppi … E l’Abruzzo non è immune dal caporalato, anzi. E il nostro territorio? Siamo così sicuri che nulla succede, che siamo tutti puri, lindi e immacolati?

MafiaCapitale e tante altre inchieste sulla gestione dei flussi migratori hanno ben descritto quadro e dinamiche. E l’unica stampa che è finita nell’inchiesta è quella che si faceva dettare articoli xenofobi e razzisti. Al posto di regalare sfogo e fomentare le pance, porsi qualche domanda no? Troppo difficile provare ad informarsi, approfondire, conoscere le cose. E magari, come si dice nei nostri dialetti, scacchiare occhi e orecchi. Possono bastare magari anche solo pochi secondi su un motore di ricerca, farsi due calcoli di fronte a certi comunicati, non girarsi dall’altro lato, non accontentarsi di “verità di comodo” ma rendersi conto di quel che abbiamo davanti. Magari domandarsi quella “meteora” da dove veniva, perché è durata così poco e se mai in passato è se già altrove era successa la stessa cosa. Come si regalano certe “cose”, come accadono, come vengono gestite, controllate e monitorate. E vengono gestite, controllate e monitorate?

E’ troppo facile sfoggiare morale e pudore sulla prostituzione, sulla presenza delle “lucciole” in alberghi e strade. Ma quel traffico esiste perché qualcuno lo alimenta, il mercato c’è se ci sono clienti. L’ipocrisia è vomitevole, è ripugnante. Perché le risposte sono nelle “tiepide case”, dei borghesi divani dell’alta società, del jet set della “città bene”. Sono i padri, i fratelli, i figli di “buona famiglia”. Gli stessi che sniffano, pippano, che si lamentano di sti zengh’r’ che ci rovinano il panorama cittadino ma sono utilissimi quando serve la “robba”.

 

“Spegnetela questa radio, voltatevi pure dall’altra parte, tanto si sa come vanno a finire queste cose, si sa che niente può cambiare. Voi avete dalla vostra la forza del buonsenso, quella che non aveva Peppino. Domani ci saranno i funerali. Voi non andateci, lasciamolo solo. E diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo. Ma non perché ci fa paura, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace. Noi siamo la mafia. E tu Peppino non sei stato altro che un povero illuso, tu sei stato un ingenuo, sei stato un nuddu miscato cu niente”.

(“I cento passi”)


Alessio Di Florio

Associazione Antimafie Rita Atria

PeaceLink Abruzzo

Contro mafie e potentati non si costituiscono altri poteri ma ribellioni colorate e senz’indugio

Continueremo a fare delle nostre vite poesie, fino a quando libertà non verrà declamata sopra le catene spezzate di tutti i popoli oppressi (Vittorio Vik Utopia Arrigoni)

 

230635_10150174946889646_234994409645_7100922_2956523_n “Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa […] l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere” (Cos’è questo golpe? Io So. Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera del 14 novembre 1974).

Mi è capitato molto spesso negli ultimi tempi (dove per ultimi in realtà va inteso un discretamente lungo orizzonte temporale) di ripensare a queste parole. Pasolini si riferiva al PCI che accusava di “silenzi” nei confronti dello stragismo. Ma in realtà questa riflessione si potrebbe estendere a tante “opposizioni” che alla fine si son ritrovate a comportarsi “come uomini di potere”. A volte consapevolmente, a volte no. A volte anche nella più profonda buonafede, altre in una malafede dal fetore insopportabile. Il rapporto con il Potere, il (rischio di) concepirsi come Potere, sono  questioni ancora oggi attualissime. Tornando indietro di non moltissimi anni, basti pensare ai movimenti pacifisti e antiglobalizzazione, che proprio su questo si son dilaniati. Sia ben chiaro, non si sta parlando della ricerca di una via istituzionale tout court, lo stesso Peppino Impastato (rimasto ribelle, rivoluzionario, mai amalgamato al Sistema fino all’ultimo dei suoi giorni) aveva deciso di candidarsi. Ma di ben altro: il cominciare a parlare o tacere a seconda delle convenienze, a lisciare il pelo a qualcuno di “forte e potente” se lo si ritiene utile, al costruire tatticismi e politicismi che lasciano in secondo piano il cuore del conflitto e della spinta ideale, etica, politica che dovrebbe essere il centro di tutto. Peppino Impastato, Pippo Fava, non si son mai preoccupati di calcoli, pseudo-ideologismi settari e autoreferenziali che alla fine portano solo autocompiacimento e a non fare un accidenti (parafrasando Peppino Impastato potremmo scrivere i “rivoluzionari” che non “rivoluzionano un cazzo”), convenienze. Prendevano il microfono e la penna e denunciavano, documentavano, ricostruivano, mettevano a nudo Re e principi, imperatori e signorotti, mafiosi e baroni. Quando invece si comincia a pensare che quella mafia o quella guerra si potrebbe anche accettare, quando non si sente l’obbligo ardente di denunciare e alzare la voce, quando si pensa che “c’è altro di più importante, che conviene di più fare” Peppino torna ad essere ucciso, si comincia a vedersi come Potere, anche se si afferma di essere “opposizione al potere”.

Rita Atria scrisse dopo la morte di Borsellino che, per combattere le mafie, si deve fare “un auto-esame di coscienza” e, solo dopo averla sconfitta dentro di noi, si potrà combatterla fuori. Perché la mafia è nel “modo sbagliato di comportarsi” di ognuno. Quando si parla di lotta contro le mafie la lingua italiana ci regala uno dei suoi termini più nobili ma anche più “trappola”: antimafie. Perché l’antimafia in questi decenni è diventata l’occasione delle più alte espressioni dell’impegno civile, politico, etico. Ma anche il suo contrario. E’ diventata anche un’etichetta, un marchio, un’apparenza da sventolare dietro cui si è nascosto – in alcuni casi per quanto rari – il peggio possibile. E si è creato un grandissimo equivoco di fondo, non si è contro le mafie perché ci si proclama antimafioso, non si è antimafioso perché si sventola o si va in parata. Chiedo scusa se può apparire una personale autocitazione di non molti giorni fa: la mentalità mafiosa è molto più penetrante, infestante, devastante di un qualsivoglia recinto chiuso fatto di legalità formale, affidamento ad istituzioni borghesi et similia. Anche perché legalità non sempre fa rima con giustizia e libertà. E la realtà, ancor di più nel paese dei depistaggi, delle trame, delle trattative, delle complicità e convivenze con mafie e camorre di ogni risma, è un pochetto più complicato. Le storie di Peppino e Rita stanno lì a dimostrarlo. Si ritrovarono entrambi infatti, prima di ogni altra cosa, a sfidare le proprie famiglie, a combattere contro quel familismo amorale – ipocrita e bigotto – dell’abitudine a tutto, del conformismo, del “togliersi il cappello” davanti “a chi comanda”. Quella ribellione che ben descrisse l’anno scorso in un’intervista Salvo Vitale. Raccontò che Peppino era “diverso” perché non era mai stato “omogeneo con le regole della società mafiosa dentro la quale si era trovato ad agire”, che non si girava mai dall’altro lato perché “il malessere di coloro che subivano ingiustizie, diventava il suo malessere”. Sempre. E tutto questo porta solo ad una strada: la rottura “con i parametri del buon vivere, della convivenza attraverso l’ipocrisia borghese, la sua radicale rottura con  il modello educativo familiare, fatto di imperativi e di norme comportamentali che si era obbligati a rispettare”. Così come l’antimafia non è un recinto chiuso, non esiste un’affiliazione antimafia, non  esiste un unico movimento, una sorta di anagrafe d’iscrizione, non lo sono le mafie. Perché mafie non sono solo le dichiarate organizzazioni criminali, terminale di un cancro che divora molto più profondo. Le mafie iniziano davanti casa nostra, nelle strade e nelle piazze che frequentiamo quotidianamente. Lì dove sorgono e dominano prevaricazioni, clientele, legge del più forte, servilismo, accucciarsi a Potenti e potentati. Lì dove si deve scegliere tra l’omertà, l’ipocrisia e il perbenismo borghesi, l’essere pupo e scimmietta signorsi o essere liberi, umani, ribelli, tra il “me ne frego” fascista o la lotta contro le classi dominanti, contro le catene dell’oppressione dei padroni di ogni risma e latitudine. Le “classiche” organizzazioni mafiose, camorristiche, i loro squallidi e criminali affari crescono lì dove domina il primo versante, dove si piega la testa e un capitalismo sempre più disumano e vorace può scatenare la sua violenta oppressione.

Viviamo tempi bui, a dir poco difficili. L’individualismo, la ricerca del profitto personale a scapito dell’altro, derive più o meno fasciste che alimentano egoismi sociali e lotte tra l’ultimo e il penultimo, spingono verso clientele sempre più diffuse, a trasformare sempre più diritti minacciati e calpestati in privilegi personali da chiedere al “sovrano”, a chiudere tutti e due gli occhi (e non solo quelli) di fronte alle ingiustizie, a spezzare qualsiasi vincolo solidale, al menefreghismo di fronte a quel che ci circonda. Ma c’è sempre speranza, c’è sempre la possibilità di andare avanti, di non arrendersi. “A che serve vivere se non c’è il coraggio di lottare?” domandava Pippo Fava. Vivere serve ancora. In questi giorni, come ogni anno, migliaia di giovani sono giunti a Cinisi per commemorare Peppino. Tra loro ci sarà anche chi l’avrà visto solo come “un giorno di vacanza”, chi sarà stato trascinato da qualcuno, chi alla fine tornando a casa chiuderà gli occhi davanti al bullo che picchia il compagno di scuola più debole, chi crescendo troverà una “famigghia” che gli dirà di andare a fare il lacché di qualcuno per farsi raccomandare, o di farsi i “cazzi propri”. Ma ci sarà anche sempre qualcuno che invece sarà stato scaldato per sempre da Peppino, che s’impegnerà per spezzare ogni familismo amorale, che non rispetterà mai l’omertà, che s’impegnerà per rendere questo mondo migliore di come l’ha trovato.

In questi giorni compie dieci anni Casablanca, la rivista che continua a resistere nonostante le difficoltà, le avversità, la mancanza di grandi fondi e risorse diretta da Graziella Proto, tenacissima e mai doma, intransigente e coerente. Così come resistono Riccardo Orioles, punto di riferimento per generazioni di giornalisti, e la rete de I Siciliani Giovani. Una rete dove convivono straordinarie realtà locali di controinformazione e impegno civile, giornalisti con la schiena dritta (perché ci sono eccome anche in quest’Italia di oggi), giovani e meno giovani costretti anche a fare i pizza taxi o i camerieri  per cercare di andare avanti mentre scrivono e documentano. Mi sia permesso, in questo, un piccolo appunto personale ringraziando l’Associazione Antimafie Rita Atria, che in questi anni mi sta dando l’opportunità di conoscere e frequentare persone straordinarie, da cui ogni giorno continuo ad imparare la bellezza e il profumo della libertà, della militanza, dell’impegno etico e morale coerente e mai prono.

C’è chi continua a non arrendersi alla devastazione del proprio territorio, alla morte di decine, centinaia, migliaia di persone per “calamità naturali” le cui cause tanto naturali non sono, o tumori le cui cause tutti conoscono ma (quasi) nessuno vuol dire.  Ci sono sempre compagni veri che lottano contro padroni e baroni, senza mai arrendersi ad una politica piccola incapace di qualsivoglia slancio vitale ma che sopravvive solo di tatticismo e misero interesse di bottega. Ogni volta che questo succede, ogni volta che al grigiore del compromesso e del potere si risponderà con i colori della ribellione più autentica e vera, parafrasando il buon vecchio caro Guccini, da qualche parte Peppino, Pippo, Rita ritornano e continuano a vivere.

Alessio Di Florio

 

Fonte foto: “Città futura controinformazione militante” circolo Giovani Comunisti “P. Impastato” Campobasso

Peppino Impastato, Rita Atria e Roberto Mancini, non rimasero mai alla finestra. La commemorazione che non è accompagnata dallo stesso impegno è mantello di ipocrita complicità

“Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista”. (Cesare Pavese, da La casa in collina)

 PeppinoImpastato

E’ successa la stessa cosa con Falcone e Borsellino, le persone che hanno lavorato per questo Paese sono riconosciute dopo la morte”. Questa le amare parole di Monica Dobrowolska, la vedova di Roberto Mancini, nell’intervista a Il Fatto Quotidiano TV del 28 febbraio di quest’anno, mentre ribadiva che l’unico vero rispetto alla memoria del marito è sconfiggere le ecocamorre e “salvare” la Terra dei Fuochi. Un’intervista dura e intensa che mi ha ricordato le parole del fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, ormai 9 anni fa. E’ ora di smettere di piangere per Paolo, è ora di finirla con le commemorazioni, fatte spesso da chi ha contribuito a farlo morire, è l’ora invece di dimenticare le lacrime, è l’ora di lottare per Paolo, lottare fino alla fine delle nostre forze, fino a che Paolo e i suoi ragazzi non saranno vendicati e gridare, gridare, gridare finché avremo voce per pretendere la verità, costringere a ricordare chi non ricorda”.  

Ogni ricordo, ogni commemorazione, ogni anniversario, lo si è scritto tante volte in questi anni, nasconde la più insidiosa delle trappole: la retorica vuota e buona solo per sfilate e cerimonie piene di belle parole e la creazione di laici santini. E poi tornare alla vita di sempre. Ma Peppino Impastato, Roberto Mancini, Rita Atria e tanti altri non sono vissuti per alimentare annuali prefiche. Hanno pagato l’altissimo prezzo di un fuoco ardente dentro, di una tensione etica, politica, civile fortissima. Hanno aperto gli occhi sul mondo che li circondava,  non si sono accontentati di lamentarsi ma hanno speso le loro esistenze per lasciarlo migliore di come l’avevano trovato. Monica Dobrowolska fu intervistata in occasione dell’uscita del libro “Io morto per dovere”, sulla storia di Roberto e il suo impegno per la “Terra dei Fuochi”, insieme all’autore Nello Trocchia. Nello è un cronista che da anni segue e insegue fatti, crimini, documenta, denuncia. E’ un giornalista con la schiena dritta e che mai è rimasto in silenzio per convenienza o connivenza. E il suo omaggio, col libro scritto insieme a Luca Ferrari, è tappa di questo percorso d’impegno, si ricollega con un fortissimo filo rosso a tutto quanto ha realizzato in questi anni. Infatti il libro non descrive un santino, non fa un’agiografia strappalacrime. Riporta trame, nomi, cognomi, circostanze. Chiede giustizia per chi ha denunciato anni e anni prima quel che accadeva nella “Terra dei Fuochi”, per quel silenzio e quelle denunce rimaste inevase.

Il sistema che ha impedito a Roberto Mancini di salvare la “terra dei fuochi” e di combattere le eco camorre è lo stesso nel quale s’imbatterono Ilaria Alpi, Mauro Rostagno e tantissimi altri. E non rimasero in silenzio, si ribellarono, denunciarono, si posero contro le trame di mafiosi, imprenditori senza scrupoli, politici collusi e conniventi, massoneria più o meno deviata (si rilegga a questo proposito quanto riportato nella relazione finale della “Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari” del 1994). Quel sistema è ancora in piedi, vive e prolifera nei silenzi, nelle complicità, nelle finestre affollate mentre la coscienza chiama. In Campania, in Sicilia, nel Lazio e altrove. Anche nell’Abruzzo da dove sto scrivendo. Dove ci sono piccole e grandi “terre dei fuochi” conosciute o sconosciute, dove la camorra è arrivata a stoccare i suoi rifiuti, tra Abruzzo e Molise, nelle cave dell’interno e in altri posti. Ma molti girano la testa dall’altra parte, fanno finta di non sapere. Le commemorazioni degli occhi chiusi e delle bocche cucite sono le commemorazioni delle tre scimmiette, sono inutili, offensive, sono ipocrite complicità. Lamentarsi che è tutto uno schifo, che siamo circondati da un mondo marcio e rimanere inerti è accettarlo. Un’accettazione che diventa reale ogni volta che si sceglie la prevaricazione, la raccomandazione, la clientela, la legge del più forte, che si piega la testa di fronte al “padrone” feudale. Si chiama complicità, è il brodo di coltura della mafiosità, del marcio che Peppino Impastato, Roberto Mancini, Rita Atria hanno ripudiato e combattuto. Le mafie non sono organizzazioni isolate che violano banalmente e soltanto una formale legalità. Perché, lo si è già accennato poc’anzi, si può essere mafiosi senza violare un solo articolo di legge. E le mafie sono immerse e si alimento in ben precisi contesti sociali, politici, culturali. Rita Atria si ribellò alla sua famiglia, ai suoi codici, all’omertà e alla complicità ai boss. Un medioevo familista e borghese, ipocrita e perbenista. Peppino Impastato non fu un “bel giovine” scapestrato. Peppino era marxista, si era reso conto che la mafia e le classi dominanti sono un blocco unico, espressione del padrone oppressore, apriva gli occhi quotidianamente e documentava, denunciava, ricostruiva. Non era antico quel mondo che Peppino ripudiò e denunciò, era mafioso, omertoso, connivente, servo. E lui capì che le uniche catene dell’oppressione che non si spezzano sono quelle che si accettano. E lo spezzare di quelle catene, di quel sistema borghese e oppressivo, di quella cultura ipocrita e servile continua. E’ un altro inganno sempre dietro l’angolo: guardare al passato, pensare che tutto sia finito in anni ormai lontani. Non è così. Perché le trame continuano, prosperano, infettano. Per dirla con Pippo Fava, ancora “i mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione”. E c’è chi documenta, denuncia, si ribella. Commemorare chi non c’è più e dimenticarsi dei vivi è “rimanere alla finestra” ed è già, parafrasando Pavese, essere mafioso. Esiste l’antimafia da parata, l’antimafia da salotto, l’antimafia vuota e retorica, l’antimafia di chi in realtà si amalgama (per dirla con le parole di Roberto Mancini) al sistema. E c’è chi quotidianamente rifiuta favori e clientele feudali, chi ripudia il sistema marcio e lo documenta, denuncia, facendo nomi, cognomi, atti, trame. Senza fare sconti e pagando prezzi altissimi, senza mai farsi comprare.  L’elenco potrebbe essere lunghissimo. Così come potrebbe essere lunghissimo l’elenco delle trame, delle connivenze, dell’oppressione mafiosa e criminale. Chi veramente vuol realizzare commemor-azione, chi vuol aprire gli occhi nomi, cognomi, atti e fatti li conosce e li trova facilmente. Per gli altri c’è poco, anzi nulla, da fare. Non ne ho fatti di nomi in quest’articolo (a partire da chi fu denunciato da Rita, ed ha complicità in altissimo, da chi tentò di “silenziare” le inchieste di Ilaria Alpi e Roberto Mancini, di chi per decenni depistò le indagini sulla morte di Peppino e così via, da chi quotidianamente è puparo o pupazzo di sistemi intrisi di mafiosità) per questo. Chi non vuol vedere non vede. Chi sente il peso della propria schiena troppo esagerato per alzarsi, chi non si vuol muovere ed è addirittura infastidito da chi lo fa, non si smuove. Sono i complici più ipocriti e servili del Sistema, del padrone e del feudatario.  E sono falsi. Perché non vogliono ammettere la realtà. Che la mafia la vogliono non perché ne hanno paura ma perché la loro sopravvivenza è all’insegna del fascistissimo “me ne frego”, perché è comodo girarsi dall’altra parte, perché una raccomandazione, una “leccata”, un prostarsi può sempre essere utile. Perché è tanto, troppo facile puntare il dito giudicando chi lotta perché “tanto si è tutto uguali” (ma chi paga il prezzo della coscienza e chi si fa pagare quello del “materasso di piume” non saranno mai uguali!!), credere che Peppino Impastato era un terrorista, che Pippo Fava e don Peppe Diana andavano per “fimmine”, che Ilaria Alpi fu vittima di una rapina, che nulla potrà mai cambiare, che chi rifiuta la raccomandazione è uno che non vuol lavorare, che la difesa del territorio è un inutile e dannoso fastidio burocratico. Ma Peppino Impastato, Pippo Fava, Rita Atria, Roberto Mancini sono molto più vivi di lor signori, perche è ancora possibile lottare, non arrendersi, impegnarsi perché – come scrisse Rita Atria – “se ognuno di noi prova a cambiare forse ce la faremo”. Perché Peppino Impastato non è un laico santino per un giorno ma è un fuoco che ci deve ardere dentro, imponendoci di non rassegnarci,di  non essere complici, di mettere a nudo ogni mafia e mafiosetta piccola o grande che sia. Un fuoco che dobbiamo far ardere anche per chi non sa neanche che esiste, per chi lo ha spento. E se a qualcuno darà fastidio, se qualche borghese in poltrona e alla finestra sarà infastidito, se i moralisti a basso prezzo ci sentono come minaccia e li turbiamo, è una soddisfazione in più.

 

Alessio Di Florio

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