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Rita Atria - Alessio Di Florio - blog personale

mafie ingiustizie oppressioni sono valanghe di merda

Tag: Rita Atria

Contro mafie e potentati non si costituiscono altri poteri ma ribellioni colorate e senz’indugio

Continueremo a fare delle nostre vite poesie, fino a quando libertà non verrà declamata sopra le catene spezzate di tutti i popoli oppressi (Vittorio Vik Utopia Arrigoni)

 

230635_10150174946889646_234994409645_7100922_2956523_n “Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa […] l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere” (Cos’è questo golpe? Io So. Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera del 14 novembre 1974).

Mi è capitato molto spesso negli ultimi tempi (dove per ultimi in realtà va inteso un discretamente lungo orizzonte temporale) di ripensare a queste parole. Pasolini si riferiva al PCI che accusava di “silenzi” nei confronti dello stragismo. Ma in realtà questa riflessione si potrebbe estendere a tante “opposizioni” che alla fine si son ritrovate a comportarsi “come uomini di potere”. A volte consapevolmente, a volte no. A volte anche nella più profonda buonafede, altre in una malafede dal fetore insopportabile. Il rapporto con il Potere, il (rischio di) concepirsi come Potere, sono  questioni ancora oggi attualissime. Tornando indietro di non moltissimi anni, basti pensare ai movimenti pacifisti e antiglobalizzazione, che proprio su questo si son dilaniati. Sia ben chiaro, non si sta parlando della ricerca di una via istituzionale tout court, lo stesso Peppino Impastato (rimasto ribelle, rivoluzionario, mai amalgamato al Sistema fino all’ultimo dei suoi giorni) aveva deciso di candidarsi. Ma di ben altro: il cominciare a parlare o tacere a seconda delle convenienze, a lisciare il pelo a qualcuno di “forte e potente” se lo si ritiene utile, al costruire tatticismi e politicismi che lasciano in secondo piano il cuore del conflitto e della spinta ideale, etica, politica che dovrebbe essere il centro di tutto. Peppino Impastato, Pippo Fava, non si son mai preoccupati di calcoli, pseudo-ideologismi settari e autoreferenziali che alla fine portano solo autocompiacimento e a non fare un accidenti (parafrasando Peppino Impastato potremmo scrivere i “rivoluzionari” che non “rivoluzionano un cazzo”), convenienze. Prendevano il microfono e la penna e denunciavano, documentavano, ricostruivano, mettevano a nudo Re e principi, imperatori e signorotti, mafiosi e baroni. Quando invece si comincia a pensare che quella mafia o quella guerra si potrebbe anche accettare, quando non si sente l’obbligo ardente di denunciare e alzare la voce, quando si pensa che “c’è altro di più importante, che conviene di più fare” Peppino torna ad essere ucciso, si comincia a vedersi come Potere, anche se si afferma di essere “opposizione al potere”.

Rita Atria scrisse dopo la morte di Borsellino che, per combattere le mafie, si deve fare “un auto-esame di coscienza” e, solo dopo averla sconfitta dentro di noi, si potrà combatterla fuori. Perché la mafia è nel “modo sbagliato di comportarsi” di ognuno. Quando si parla di lotta contro le mafie la lingua italiana ci regala uno dei suoi termini più nobili ma anche più “trappola”: antimafie. Perché l’antimafia in questi decenni è diventata l’occasione delle più alte espressioni dell’impegno civile, politico, etico. Ma anche il suo contrario. E’ diventata anche un’etichetta, un marchio, un’apparenza da sventolare dietro cui si è nascosto – in alcuni casi per quanto rari – il peggio possibile. E si è creato un grandissimo equivoco di fondo, non si è contro le mafie perché ci si proclama antimafioso, non si è antimafioso perché si sventola o si va in parata. Chiedo scusa se può apparire una personale autocitazione di non molti giorni fa: la mentalità mafiosa è molto più penetrante, infestante, devastante di un qualsivoglia recinto chiuso fatto di legalità formale, affidamento ad istituzioni borghesi et similia. Anche perché legalità non sempre fa rima con giustizia e libertà. E la realtà, ancor di più nel paese dei depistaggi, delle trame, delle trattative, delle complicità e convivenze con mafie e camorre di ogni risma, è un pochetto più complicato. Le storie di Peppino e Rita stanno lì a dimostrarlo. Si ritrovarono entrambi infatti, prima di ogni altra cosa, a sfidare le proprie famiglie, a combattere contro quel familismo amorale – ipocrita e bigotto – dell’abitudine a tutto, del conformismo, del “togliersi il cappello” davanti “a chi comanda”. Quella ribellione che ben descrisse l’anno scorso in un’intervista Salvo Vitale. Raccontò che Peppino era “diverso” perché non era mai stato “omogeneo con le regole della società mafiosa dentro la quale si era trovato ad agire”, che non si girava mai dall’altro lato perché “il malessere di coloro che subivano ingiustizie, diventava il suo malessere”. Sempre. E tutto questo porta solo ad una strada: la rottura “con i parametri del buon vivere, della convivenza attraverso l’ipocrisia borghese, la sua radicale rottura con  il modello educativo familiare, fatto di imperativi e di norme comportamentali che si era obbligati a rispettare”. Così come l’antimafia non è un recinto chiuso, non esiste un’affiliazione antimafia, non  esiste un unico movimento, una sorta di anagrafe d’iscrizione, non lo sono le mafie. Perché mafie non sono solo le dichiarate organizzazioni criminali, terminale di un cancro che divora molto più profondo. Le mafie iniziano davanti casa nostra, nelle strade e nelle piazze che frequentiamo quotidianamente. Lì dove sorgono e dominano prevaricazioni, clientele, legge del più forte, servilismo, accucciarsi a Potenti e potentati. Lì dove si deve scegliere tra l’omertà, l’ipocrisia e il perbenismo borghesi, l’essere pupo e scimmietta signorsi o essere liberi, umani, ribelli, tra il “me ne frego” fascista o la lotta contro le classi dominanti, contro le catene dell’oppressione dei padroni di ogni risma e latitudine. Le “classiche” organizzazioni mafiose, camorristiche, i loro squallidi e criminali affari crescono lì dove domina il primo versante, dove si piega la testa e un capitalismo sempre più disumano e vorace può scatenare la sua violenta oppressione.

Viviamo tempi bui, a dir poco difficili. L’individualismo, la ricerca del profitto personale a scapito dell’altro, derive più o meno fasciste che alimentano egoismi sociali e lotte tra l’ultimo e il penultimo, spingono verso clientele sempre più diffuse, a trasformare sempre più diritti minacciati e calpestati in privilegi personali da chiedere al “sovrano”, a chiudere tutti e due gli occhi (e non solo quelli) di fronte alle ingiustizie, a spezzare qualsiasi vincolo solidale, al menefreghismo di fronte a quel che ci circonda. Ma c’è sempre speranza, c’è sempre la possibilità di andare avanti, di non arrendersi. “A che serve vivere se non c’è il coraggio di lottare?” domandava Pippo Fava. Vivere serve ancora. In questi giorni, come ogni anno, migliaia di giovani sono giunti a Cinisi per commemorare Peppino. Tra loro ci sarà anche chi l’avrà visto solo come “un giorno di vacanza”, chi sarà stato trascinato da qualcuno, chi alla fine tornando a casa chiuderà gli occhi davanti al bullo che picchia il compagno di scuola più debole, chi crescendo troverà una “famigghia” che gli dirà di andare a fare il lacché di qualcuno per farsi raccomandare, o di farsi i “cazzi propri”. Ma ci sarà anche sempre qualcuno che invece sarà stato scaldato per sempre da Peppino, che s’impegnerà per spezzare ogni familismo amorale, che non rispetterà mai l’omertà, che s’impegnerà per rendere questo mondo migliore di come l’ha trovato.

In questi giorni compie dieci anni Casablanca, la rivista che continua a resistere nonostante le difficoltà, le avversità, la mancanza di grandi fondi e risorse diretta da Graziella Proto, tenacissima e mai doma, intransigente e coerente. Così come resistono Riccardo Orioles, punto di riferimento per generazioni di giornalisti, e la rete de I Siciliani Giovani. Una rete dove convivono straordinarie realtà locali di controinformazione e impegno civile, giornalisti con la schiena dritta (perché ci sono eccome anche in quest’Italia di oggi), giovani e meno giovani costretti anche a fare i pizza taxi o i camerieri  per cercare di andare avanti mentre scrivono e documentano. Mi sia permesso, in questo, un piccolo appunto personale ringraziando l’Associazione Antimafie Rita Atria, che in questi anni mi sta dando l’opportunità di conoscere e frequentare persone straordinarie, da cui ogni giorno continuo ad imparare la bellezza e il profumo della libertà, della militanza, dell’impegno etico e morale coerente e mai prono.

C’è chi continua a non arrendersi alla devastazione del proprio territorio, alla morte di decine, centinaia, migliaia di persone per “calamità naturali” le cui cause tanto naturali non sono, o tumori le cui cause tutti conoscono ma (quasi) nessuno vuol dire.  Ci sono sempre compagni veri che lottano contro padroni e baroni, senza mai arrendersi ad una politica piccola incapace di qualsivoglia slancio vitale ma che sopravvive solo di tatticismo e misero interesse di bottega. Ogni volta che questo succede, ogni volta che al grigiore del compromesso e del potere si risponderà con i colori della ribellione più autentica e vera, parafrasando il buon vecchio caro Guccini, da qualche parte Peppino, Pippo, Rita ritornano e continuano a vivere.

Alessio Di Florio

 

Fonte foto: “Città futura controinformazione militante” circolo Giovani Comunisti “P. Impastato” Campobasso

Peppino Impastato, Rita Atria e Roberto Mancini, non rimasero mai alla finestra. La commemorazione che non è accompagnata dallo stesso impegno è mantello di ipocrita complicità

“Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista”. (Cesare Pavese, da La casa in collina)

 PeppinoImpastato

E’ successa la stessa cosa con Falcone e Borsellino, le persone che hanno lavorato per questo Paese sono riconosciute dopo la morte”. Questa le amare parole di Monica Dobrowolska, la vedova di Roberto Mancini, nell’intervista a Il Fatto Quotidiano TV del 28 febbraio di quest’anno, mentre ribadiva che l’unico vero rispetto alla memoria del marito è sconfiggere le ecocamorre e “salvare” la Terra dei Fuochi. Un’intervista dura e intensa che mi ha ricordato le parole del fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, ormai 9 anni fa. E’ ora di smettere di piangere per Paolo, è ora di finirla con le commemorazioni, fatte spesso da chi ha contribuito a farlo morire, è l’ora invece di dimenticare le lacrime, è l’ora di lottare per Paolo, lottare fino alla fine delle nostre forze, fino a che Paolo e i suoi ragazzi non saranno vendicati e gridare, gridare, gridare finché avremo voce per pretendere la verità, costringere a ricordare chi non ricorda”.  

Ogni ricordo, ogni commemorazione, ogni anniversario, lo si è scritto tante volte in questi anni, nasconde la più insidiosa delle trappole: la retorica vuota e buona solo per sfilate e cerimonie piene di belle parole e la creazione di laici santini. E poi tornare alla vita di sempre. Ma Peppino Impastato, Roberto Mancini, Rita Atria e tanti altri non sono vissuti per alimentare annuali prefiche. Hanno pagato l’altissimo prezzo di un fuoco ardente dentro, di una tensione etica, politica, civile fortissima. Hanno aperto gli occhi sul mondo che li circondava,  non si sono accontentati di lamentarsi ma hanno speso le loro esistenze per lasciarlo migliore di come l’avevano trovato. Monica Dobrowolska fu intervistata in occasione dell’uscita del libro “Io morto per dovere”, sulla storia di Roberto e il suo impegno per la “Terra dei Fuochi”, insieme all’autore Nello Trocchia. Nello è un cronista che da anni segue e insegue fatti, crimini, documenta, denuncia. E’ un giornalista con la schiena dritta e che mai è rimasto in silenzio per convenienza o connivenza. E il suo omaggio, col libro scritto insieme a Luca Ferrari, è tappa di questo percorso d’impegno, si ricollega con un fortissimo filo rosso a tutto quanto ha realizzato in questi anni. Infatti il libro non descrive un santino, non fa un’agiografia strappalacrime. Riporta trame, nomi, cognomi, circostanze. Chiede giustizia per chi ha denunciato anni e anni prima quel che accadeva nella “Terra dei Fuochi”, per quel silenzio e quelle denunce rimaste inevase.

Il sistema che ha impedito a Roberto Mancini di salvare la “terra dei fuochi” e di combattere le eco camorre è lo stesso nel quale s’imbatterono Ilaria Alpi, Mauro Rostagno e tantissimi altri. E non rimasero in silenzio, si ribellarono, denunciarono, si posero contro le trame di mafiosi, imprenditori senza scrupoli, politici collusi e conniventi, massoneria più o meno deviata (si rilegga a questo proposito quanto riportato nella relazione finale della “Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari” del 1994). Quel sistema è ancora in piedi, vive e prolifera nei silenzi, nelle complicità, nelle finestre affollate mentre la coscienza chiama. In Campania, in Sicilia, nel Lazio e altrove. Anche nell’Abruzzo da dove sto scrivendo. Dove ci sono piccole e grandi “terre dei fuochi” conosciute o sconosciute, dove la camorra è arrivata a stoccare i suoi rifiuti, tra Abruzzo e Molise, nelle cave dell’interno e in altri posti. Ma molti girano la testa dall’altra parte, fanno finta di non sapere. Le commemorazioni degli occhi chiusi e delle bocche cucite sono le commemorazioni delle tre scimmiette, sono inutili, offensive, sono ipocrite complicità. Lamentarsi che è tutto uno schifo, che siamo circondati da un mondo marcio e rimanere inerti è accettarlo. Un’accettazione che diventa reale ogni volta che si sceglie la prevaricazione, la raccomandazione, la clientela, la legge del più forte, che si piega la testa di fronte al “padrone” feudale. Si chiama complicità, è il brodo di coltura della mafiosità, del marcio che Peppino Impastato, Roberto Mancini, Rita Atria hanno ripudiato e combattuto. Le mafie non sono organizzazioni isolate che violano banalmente e soltanto una formale legalità. Perché, lo si è già accennato poc’anzi, si può essere mafiosi senza violare un solo articolo di legge. E le mafie sono immerse e si alimento in ben precisi contesti sociali, politici, culturali. Rita Atria si ribellò alla sua famiglia, ai suoi codici, all’omertà e alla complicità ai boss. Un medioevo familista e borghese, ipocrita e perbenista. Peppino Impastato non fu un “bel giovine” scapestrato. Peppino era marxista, si era reso conto che la mafia e le classi dominanti sono un blocco unico, espressione del padrone oppressore, apriva gli occhi quotidianamente e documentava, denunciava, ricostruiva. Non era antico quel mondo che Peppino ripudiò e denunciò, era mafioso, omertoso, connivente, servo. E lui capì che le uniche catene dell’oppressione che non si spezzano sono quelle che si accettano. E lo spezzare di quelle catene, di quel sistema borghese e oppressivo, di quella cultura ipocrita e servile continua. E’ un altro inganno sempre dietro l’angolo: guardare al passato, pensare che tutto sia finito in anni ormai lontani. Non è così. Perché le trame continuano, prosperano, infettano. Per dirla con Pippo Fava, ancora “i mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione”. E c’è chi documenta, denuncia, si ribella. Commemorare chi non c’è più e dimenticarsi dei vivi è “rimanere alla finestra” ed è già, parafrasando Pavese, essere mafioso. Esiste l’antimafia da parata, l’antimafia da salotto, l’antimafia vuota e retorica, l’antimafia di chi in realtà si amalgama (per dirla con le parole di Roberto Mancini) al sistema. E c’è chi quotidianamente rifiuta favori e clientele feudali, chi ripudia il sistema marcio e lo documenta, denuncia, facendo nomi, cognomi, atti, trame. Senza fare sconti e pagando prezzi altissimi, senza mai farsi comprare.  L’elenco potrebbe essere lunghissimo. Così come potrebbe essere lunghissimo l’elenco delle trame, delle connivenze, dell’oppressione mafiosa e criminale. Chi veramente vuol realizzare commemor-azione, chi vuol aprire gli occhi nomi, cognomi, atti e fatti li conosce e li trova facilmente. Per gli altri c’è poco, anzi nulla, da fare. Non ne ho fatti di nomi in quest’articolo (a partire da chi fu denunciato da Rita, ed ha complicità in altissimo, da chi tentò di “silenziare” le inchieste di Ilaria Alpi e Roberto Mancini, di chi per decenni depistò le indagini sulla morte di Peppino e così via, da chi quotidianamente è puparo o pupazzo di sistemi intrisi di mafiosità) per questo. Chi non vuol vedere non vede. Chi sente il peso della propria schiena troppo esagerato per alzarsi, chi non si vuol muovere ed è addirittura infastidito da chi lo fa, non si smuove. Sono i complici più ipocriti e servili del Sistema, del padrone e del feudatario.  E sono falsi. Perché non vogliono ammettere la realtà. Che la mafia la vogliono non perché ne hanno paura ma perché la loro sopravvivenza è all’insegna del fascistissimo “me ne frego”, perché è comodo girarsi dall’altra parte, perché una raccomandazione, una “leccata”, un prostarsi può sempre essere utile. Perché è tanto, troppo facile puntare il dito giudicando chi lotta perché “tanto si è tutto uguali” (ma chi paga il prezzo della coscienza e chi si fa pagare quello del “materasso di piume” non saranno mai uguali!!), credere che Peppino Impastato era un terrorista, che Pippo Fava e don Peppe Diana andavano per “fimmine”, che Ilaria Alpi fu vittima di una rapina, che nulla potrà mai cambiare, che chi rifiuta la raccomandazione è uno che non vuol lavorare, che la difesa del territorio è un inutile e dannoso fastidio burocratico. Ma Peppino Impastato, Pippo Fava, Rita Atria, Roberto Mancini sono molto più vivi di lor signori, perche è ancora possibile lottare, non arrendersi, impegnarsi perché – come scrisse Rita Atria – “se ognuno di noi prova a cambiare forse ce la faremo”. Perché Peppino Impastato non è un laico santino per un giorno ma è un fuoco che ci deve ardere dentro, imponendoci di non rassegnarci,di  non essere complici, di mettere a nudo ogni mafia e mafiosetta piccola o grande che sia. Un fuoco che dobbiamo far ardere anche per chi non sa neanche che esiste, per chi lo ha spento. E se a qualcuno darà fastidio, se qualche borghese in poltrona e alla finestra sarà infastidito, se i moralisti a basso prezzo ci sentono come minaccia e li turbiamo, è una soddisfazione in più.

 

Alessio Di Florio

Scendono la tristezza e la malinconia …

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Un gran freddo dentro l’anima,
fa fatica anche una lacrima a scendere giù.
Troppe attese dietro langolo,
gioie che non ti appartengono.
Questo tempo inconciliabile gioca contro te.
Ecco come si finisce poi,
inchiodati a una finestra noi,
spettatori malinconici,
di felicità impossibili(Renato Zero)

Mi vive la tristezza
Nella mia piccola isola di pensieri
speravo in un volo
che portasse via
queste lacrime(cit.)

E dopo non molto guidavo nella pioggerellina del giorno morente, coi
tergicristalli in piena azione ma incapaci di tener testa alle mie
lacrime. (cit.)

Alcuni dicono che la pioggia è brutta, ma non sanno che permette di
girare a testa alta con il viso coperto dalle lacrime. (Jim Morrison)

C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo (Fabrizio Dé Andre)

Datemi una pietra bagnata
di sangue e di lacrime
per farne scrigno di memoria

perché mi ricordi
i sorrisi spenti
le parole dissolte
le ore spezzate
i sogni sfioriti. (Romolo Liberale)

“Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione,
e il peccato fu creder reale un’illusione
Ora il tempo ci usura e ci stritola in ogni giorno che passa correndo,

sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo.
Siamo come foglie aggrappate che cadon da un ramo”(Francesco Guccini)

Nelle sere d’ottobre ci ritroveremo,
avvolti nel profumo del mare,
a parlare ancora di questa vita,
alle sue promesse mai mantenute,
e ad asciugare queste lacrime, (Il profumo del Mare)

scaviamo fino in fondo al nostro cuore
io voglio solo che arrivi il sangue al cuore,
voglio un sole che arda in mezzo al cielo,
io mi voglio scaldare (Sangue al ♥)

Quando tutte le parole
sai che non ti servon più
quando sudi il tuo coraggio
per non startene laggiù
quando tiri in mezzo Dio
o il destino, o chissà che
che nessuno se lo spiega
perché sia successo a te

quando l’hai capito che
che la vita non è giusta (Il giorno di dolore che uno ha)

“Lunga è la notte
e senza tempo.
Il cielo gonfio di pioggia
non consente agli occhi
di vedere le stelle.
Non sarà il gelido vento
a riportare la luce,
né il canto del gallo,
né il pianto di un bimbo.
Troppo lunga è la notte,
senza tempo,
infinita”. (Peppino Impastato)

“la malinconia oggi non va via, come piove sul cuore
la malinconia sembra quasi una prigione
e si arrampica dentro l’anima, scivolando tra i pensieri” (cit. A. A.)

E un giorno ti svegli stupito e di colpo ti accorgi che non sono più quei fantastici giorni all’asilo…che il mondo là fuori ti aspetta e tu quasi ti arrendi capendo che a battito a battito è l’età che s’invola….
Poi un giorno in un libro o in un bar si farà tutto chiaro,
[…]
che non c’è solo il doce ad attenderti, ma molto d’amaro
e non è senza un prezzo salato diventare grande
[…]
la paura e il coraggio di vivere
come un peso che ognuno ha portato,
la paura e il coraggio di dire: “Io ho sempre tentato”(Francesco Guccini)

“Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera”(Salvatore Quasimodo)

“La felicità è come una farfalla che appare e ci incanta per un breve momento, ma subito vola via … questo mondo di merda
non ha più motivi di sopravvivere al cielo
che gli cade addosso (cit.)

« Ognuno ha una favola dentro, che non riesce a leggere da solo. Ha bisogno di qualcuno che, con la meraviglia e l’incanto negli occhi, la legga e gliela racconti.. ». Pablo Neruda

Si vive “in un tale incrocio di dolori” che non si riesce più a vivere, appaiono “troppe le attese frustrate e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le incomprensioni che nascono e segnano, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che il cuore brama e ciò che si riesce a compiere.” Si vorrebbe guardare sempre più in alto, ma il peso della convivenza umana, avvelenata dalla mancanza di umanità, schiaccia al ribasso. […] Ci sono giorni che fanno sentire tutto il loro peso. Un peso enorme, che schiaccia, di illusioni tradite, di incomprensioni, di violenza e di cuori in lacrime. Quanto è grande la differenza tra quel che è e quel che vorremmo. Quanto immensa è la facilità di essere fraintesi, incompresi, travisati, di rimanere soli. […] Si può vivere immersi in una marea sterminata di contatti, di conoscenze e di esperienze e di sentirsi soli. Incompresi. Accade che ci si senta soli, che si rimanga soli. Estranei, lontani. Nel deserto. Si è circondati da decine, centinaia, di persone, ma si vive il deserto dell’anima. Si dona così tanto amore che giunge il giorno in cui se ne ha necessità vitale, fosse anche solo una carezza o una parola di condivisione e conforto. Come fosse acqua. Pura, casta, genuina, vitale. Sgorgante da fonte vera e profonda. La sete arde, ti brucia dentro. Si è donato così tanto amore, dedizione, passione agli altri da non averne più trovato per sé. Ci si sente fragili e indifesi, si ha le necessità di qualcuno al quale stringersi e sostenersi, che sappia chinarsi sulle ferite del tuo cuore (e delle miserie umane) e lenirle. […] Il caricarsi i pesi del prossimo, per allievare le sue sofferenze e curare le sue ferite, l’essere portatori di speranza e di amore, può portare a spingersi troppo avanti. Può condurre nel deserto, dove gli uomini non si amano e non parlano. Dove i pesi diventano eccessivi. Hai scritto nell’ottobre 1992, in ricordo della cara Petra Kelly, il dramma dei “portatori di speranza” che si ritrovano “troppo grande… il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono”. (Alessio Di Florio, articoli in ricordo di Alexander Langer)

“Senti la tristezza
del ramo che si secca
del pianeta che si spegne

dell’animale infermo
ma innanzitutto la tristezza dell’uomo.” (Nazim Hikmet)

“È incomprensibile come un sorriso ti possa affascinare, come due occhi ti possano far innamorare, come un silenzio ti possa far stare male, come una carezza ti possa far rabbrividire, come una voce invada il tuo cuore”(Rita Atria)

“L’amore è sofferenza, pianto, gioia, sorriso. L’amore è felicità, tristezza e tormento. Non si ama con il cuore si ama con l’anima che si impregna di storia, non si ama se non si soffre e non si ama se non si ha paura di perdere…. scompari quando non sei amato”
Alda Merini

“Se tu ami senza suscitare un’amorosa corrispondenza, cioè se il tuo amore come amore non produce una corrispondenza d’amore, se nella tua manifestazione vitale di uomo amante non fai di te stesso un uomo amato, il tuo amore è impotente, è un infelicità”(Karl Marx)

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