Il navigante naviga, anche se sa che non toccherà mai le stelle che lo guidano. Eduardo Galeano

img_9266 È nata in prigione quest’avventura della libertà. Nel carcere di Siviglia, “dove ogni scomodità ha il suo posto e dove ogni triste rumore crea intimità”, fu generato Don Chisciotte della Mancha. Il suo papà era in prigione per debiti. Esattamente tre secoli prima, Marco Polo aveva dettato il suo libro di viaggi nel carcere di Genova, e i suoi compagni di prigione avevano ascoltato, e ascoltandolo avevano viaggiato.

Cervantes si ripropose di scrivere una parodia dei romanzi di cavalleria. Nessuno, o quasi nessuno, li leggeva più. Erano passati di moda. La presa in giro fu uno sforzo degno di miglior causa.

E tuttavia quella inutile avventura letteraria finì per essere molto di più del suo progetto originale, viaggiò più lontano e più in alto e divenne il romanzo più popolare di tutti i tempi e di tutte le lingue.

Il Cavaliere della Triste Figura si merita eterna gratitudine. A Don Chisciotte i libri di cavalleria avevano fuso il cervello, ma lui, che si perse a causa della lettura, salva noi che lo leggiamo. Ci salva dalla solennità e dalla noia.

Stereotipi famosi: Don Chisciotte e Sancho Panza, il cavaliere e lo scudiero, la pazzia e la saggezza, l’hidalgo sognatore con la testa fra le nuvole e il rozzo contadino con i piedi per terra.

È vero che Don Chisciotte diventa matto da legare ogniqualvolta monta su Ronzinante, ma quando smonta è solito dire frasi dettate dal più puro buon senso e, a volte, sembrerebbe quasi che fa il matto solo per obbedire all’autore o al lettore. E Sancho Panza, il volgarotto, il grezzo, sa governare con acutezza esemplare l’isola Barataria. Sembrava tanto fragile ed è stato il più longevo. Ogni giorno cavalca con impeto sempre maggiore, e non solo per la pianura manchega. Tentato dai cammini del mondo, il personaggio scappa dall’autore e nei suoi lettori si trasfigura. E allora fa ciò che non ha mai fatto, e dice ciò che non ha mai detto.

Don Chisciotte non ha mai pronunciato la più famosa delle sue frasi. “Abbaiano, Sancho, è segno che stiamo cavalcando” non figura nell’opera di Cervantes. Quale anonimo lettore ne sarà stato l’autore?

Dentro la sua armatura di ottone, a cavallo del suo ronzino affamato, Don Chisciotte sembra destinato alla sconfitta e al ridicolo.

Questo folle si crede un personaggio da romanzo di cavalleria e crede che i romanzi di cavalleria siano libri di storia. Tuttavia, non sempre casca rovinosamente nei suoi combattimenti impossibili e talvolta dà persino una ragguardevole manica di botte ai nemici che affronta o s’inventa. Ed è ridicolo, non c’è alcun dubbio, profondamente ridicolo. Il bambino crede che una scopa sia un cavallo finché il gioco dura, e mentre dura la lettura noi lettori accompagniamo e condividiamo le strampalate avventure di Don Chisciotte.

Ridiamo di lui, sì, ma molto di più ridiamo con lui.

“Non prendere sul serio nulla che non ti faccia ridere”, mi consigliò una volta un amico brasiliano. E il linguaggio popolare si prende sul serio i deliri di Don Chisciotte ed esprime la dimensione eroica che la gente ha attribuito a questo antieroe. Perfino il Dizionario della Real Academia Española lo riconosce così. Quijotada, secondo il dizionario, è “l’azione propria di un chisciotte”, e chisciotte è colui che “antepone i suoi ideali alla sua convenienza e opera in modo disinteressato e impegnato in difesa delle cause che ritiene giuste, senza riuscirci”.

Due volte Cervantes chiese lavoro in America, e due volte fu rifiutato. Secondo alcune versioni, la sua purezza di sangue era dubbia. Gli statuti proibivano di recarsi nelle colonie americane a coloro a cui scorressero nelle vene globuli ebrei, musulmani o eretici, che si trasmettevano nel corso di non meno di sette generazioni.

Forse il sospetto di qualche nonno o bisnonno ebreo convertito spiega la risposta ufficiale alle richieste di Cervantes: “Si guadagni il pane da queste parti”.

Lui non poté venire in America, ma suo figlio, Don Chisciotte, sì. E in America gli andò più che bene.

Nel 1965 il Che Guevara scrisse l’ultima lettera ai suoi genitori. Per digli addio non citò Marx. Scrisse: “Sento un’altra volta sotto i miei calcagni le costole di Ronxinante. Mi rimetto in cammino imbracciando il mio scudo”.

Nelle sue disavventure Don Chisciotte evocava l’età dorata, quando tutto era comune e non c’era il tuo o il mio. Poi, diceva, erano iniziati gli abusi, e per questo era stato necessario che i cavalieri erranti si mettessero in cammino, per difendere le donzelle, proteggere le vedove e soccorrere gli orfani e i bisognosi.

Il poeta León Felipe credeva che gli occhi e la coscienza di Don Chisciotte “vedono e organizzano il mondo non così com’è, ma come dovrebbe essere. Quando Don Chisciotte prende l’oste malandrino per un cavaliere cortese e ospitale, le prostitute sfacciate per bellissime donzelle, la locanda per un alloggio decoroso, il pane nero per pane bianco e il fischio del porcaro per una musica di benvenuto, dice che nel mondo non ci devono essere né uomini malandrini né amore mercenario né cibo scarso né alloggio fatiscente né musica orribile”.

Alcuni anni prima che Cervantes inventasse il suo febbrile giustiziere, Tommaso Moro aveva raccontato l’utopia. Nel libro di Tommaso Moro, Utopia, u-topia significava non-luogo. Ma forse quel regno della fantasia si trova negli occhi di coloro che lo indovinano e in loro s’incarna. Diceva bene George Bernard Shaw: ci sono coloro che osservano la realtà così com’è e si domandano perché, e ci sono coloro che immaginano la realtà come non è mai stata e si domandano perché no.

È noto, e i ciechi lo notano, che ogni persona contiene altre persone possibili, e che ogni mondo contiene il suo altro mondo possibile. Questa promessa nascosta, il mondo di cui abbiamo bisogno, non è meno reale del mondo che conosciamo e subiamo.

Lo sanno eccome, lo vivono eccome coloro che, bastonati, commettono ancora la follia di rimettersi in cammino, un’altra volta e ancora e ancora, perché continuano a credere che il cammino sia una sfida che ci attende, e perché continuano a credere che riparare offese e vendicare torti sia una pazzia degna di essere commessa.

Aiuta a far sì che l’impossibile divenga possibile. Per dirlo con la terminologia farmaceutica di Don Chisciotte: questo balsamo di Fierabrás è così magico che a volte ci salva dalla maledizione del fatalismo e dalla peste della disperazione.

Non è questo, in fin dei conti, il grande paradosso del viaggio umano nel mondo? Il navigante naviga, anche se sa che non toccherà mai le stelle che lo guidano.

Eduardo Galeano

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Informazioni su Alessio Di Florio

Militante comunista libertario e attivista eco-pacifista, referente abruzzese dell’Associazione Antimafie Rita Atria, dell'Associazione Culturale Peppino Impastato e di PeaceLink, Telematica per la Pace. Collabora tra gli altri con Telejato.it, Popoff Quotidiano e altri siti web. Autore di articoli, dossier e approfondimenti sulle mafie in Abruzzo, a partire da mercato degli stupefacenti, ciclo dei rifiuti e rotta adriatica del clan dei Casalesi, ciclo del cemento, post terremoto a L'Aquila, e sui loro violenti tentativi di dominio territoriale da anni con attentati, intimidazioni, incendi, bombe con cui le mafie mandano messaggi e tentano di marcare la propria presenza in alcune zone, neofascismo, diritti civili, denunce ambientali tra cui tutela coste, speculazione edilizia, rischio industriale e direttive Seveso.

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